
I toni alti ai quali è ormai da tempo sintonizzato l’autoreferenziale dibattito politico italiano, oltre ad essere all’evidenza scarsamente concludenti, comportano anche un effetto secondo non meno importante: quello di distogliere l’attenzione dalla realtà sociale, per come effettivamente si va quotidianamente strutturando. Quello che dovrebbe essere l’oggetto fondamentale della politica – il progresso dell’organismo sociale – non sollecita alcuna attenzione né suscita il dibattito: con la conseguenza che ciascuno va per la sua strada, costruendosi su egoismi ed appropriazioni, vale a dire proprio su quanto un’avveduta gestione collettiva dovrebbe contrastare. È della scorsa settimana una notizia di esemplare gravità, anche perché sostanzialmente inosservata. Secondo gli accertamenti dei Noe compiuti durante l’estate nell’ambito dell’inchiesta condotta dalla Procura della Repubblica di Napoli sul depuratore caprese di Occhio Marino, solo dieci strutture alberghiere e commerciali sarebbero state in possesso dell’autorizzazione allo scarico della fogna. Per il resto – e cioè per la quasi totalità di alberghi, bar e ristoranti – questa autorizzazione manca, pur sversando tutti regolarmente nelle fogne comunali. E manca, non per mero disguido burocratico ma perché, al fine d’ottenerla, questi esercizi avrebbero dovuto mettersi a norma: vale a dire avrebbero dovuto trattare i loro scarichi prima dell’immissione in fogna, in modo da evitare che le componenti maggiormente inquinanti e preventivamente separabili finissero direttamente nelle condotte e quindi nel mare. Inoltre, l’autorizzazione contiene anche prescrizioni per gli orari d’immissione, in modo da ovviare agli effetti dannosi per il sistema di depurazione prodotti dalla presenza di volumi di scarichi incompatibili con le capacità di lavorazione degl’impianti. Non è difficile comprendere le conseguenze d’una tale situazione: il depuratore non funziona più e lo specchio d’acqua intorno all’isola (un tempo) azzurra, raggiunge preoccupanti ed antiestetici livelli d’inquinamento. Detto questo sul piano dei fatti, veniamo a qualche considerazione politico-istituzionale. Siamo a Capri, nel concentrato più importante d’Italia, per amenità, turismo e mondanità. Uno dei paesaggi dagli scorci più affascinante della già bellissima penisola. Meta d’incontri di livello mondiale; luogo ormai mitico nella storia del jet set internazionale. La conservazione dell’ambiente costituisce un presupposto essenziale per tenere in piedi quell’economia che, oltre a far dei capresi una gente privilegiata, produce importanti risorse per l’intera nazione. Ogni colpo dato alla credibilità dell’isola si riflette inevitabilmente sulla sua appetibilità. Dunque, in una normale organizzazione sociale ci sarebbe da attendersi un elevata attenzione da parte delle autorità e senso di responsabilità corrispondente da parte degli operatori. Eppure. Eppure, la quasi totalità degli esercizi interessati, a stare alle notizie, è priva di quest’autorizzazione, circostanza come si è detto tuitt’altro che formale. Cosa bisogna dedurne? Bisogna pensare che la questione non poteva sfuggire ai responsabili ai controlli: immagino Asl e comune che rilascia licenze e permessi vari per operare. Non si trattava d’aver dimenticato d’aggiornare il bollo sulla licenza. No, si tratta del fatto che quasi nessun esercizio che opera sull’isola e per il quale è richiesta l’autorizzazione all’immissione, ne era in possesso. La conseguenza è che non avrebbe potuto funzionare. Ed allora cosa è lecito pensare? Che era cosa non occuparsi di questo particolare. Che quando si rilasciavano licenze, permessi autorizzazioni, si consentivano allacciamenti, si effettuavano sopralluoghi, semplicemente si prescindeva da questa autorizzazione e tutti allegramente s’andava avanti. In totale disinteresse delle conseguenze ambientali, vale a dire di ciò che fa essenzialmente la ricchezza dell’isola: volendo con ciò ricordare solo cecità utilitaristica e prescindere da ogni considerazione morale e d’etica civile. Difficile credere che le cose possano essere andate diversamente, stante la dimensione del fenomeno ed il suo oggettivo presentarsi, stante l’assenza d’un titolo amministrativo che non avrebbe potuto mancare. È evidente che in un Paese come il nostro, dove valori di tanto rilievo vengono così facilmente obliterati, uniformemente da controllori e controllati, s’è perso il senso dell’orientamento. È un Paese dove il rispetto della regola, semplicemente non fa parte dell’orizzonte di valori che ispira le condotte. Si dirà che è l’ambiente a portare a tanto, è una mentalità, non c’è responsabilità individuale. Ma quel che m’interessa segnalare, per quel nulla che conta, è proprio questo: un habitus mentale incompatibile con la società ordinata ha ormai prevalso, ed è questo l’enorme problema del quale si stenta a prendere coscienza, proprio perché per riuscirci si dovrebbe vincere quell’habitus mentale, mentre esso è il maggior ostacolo alla nostra capacità di conoscere: problema di strutture cognitive, per dirla con gli psicologi.



















