L'opinione di
Orazio Abbamonte
Diamo i voti alle Università

Gli Atenei, in Italia, sono oggi novantacinque; di questi, statali sono sessantasette, i telematici – cioè quelli dove si consegue un titolo di studio senza prendersi il fastidio di frequentarli – tredici. Le Facoltà seicentoquattordici, i Dipartimenti tre volte tanto. Si potrebbe continuare, ma gli elenchi stancano e sarebbe inutile. Bastano questi pochi dati per comprendere che i numeri sono imponenti, quantitativamente poco compatibili con un insegnamento di qualità, con un’istruzione superiore, come un tempo si diceva. Non è stato sempre così: in Italia, prima del 1968, gli Atenei si mantenevano intorno alla ventina. Nell’Italia meridionale, da Napoli in giù e sino alla Sicilia, c’erano solo Napoli e Bari (quest’ultima voluta dal fascismo). L’impostazione, non v’è dubbio, era elitaria ed il docente universitario era anzitutto uno scienziato che s’imponeva nel suo settore di sapere e si faceva una ragione di vita che le sue idee s’affermassero e diffondessero attraverso il seguito d’allievi che allevava. Era un sistema di dubbia efficacia per aspirare all’ampia diffusione della cultura – ed in realtà non era fatto per questo – ma una sua coerenza l’aveva.
È però accaduto che nel giro di pochi anni ed in maniera esponenziale nell’ultima ventina, i numeri siano esplosi, le Università quasi quintuplicate, l’articolazione dei corsi letteralmente impazzita. Mentre prima in una città, anche di medie dimensioni, non è detto vi fosse un Ateneo, oggi accade che vi siano (come a Napoli) anche tre facoltà con identici contenuti. Per non parlare del fatto che ogni Università tende ad occupare tutti i campi del sapere – del sapere si fa per dire – cosicché nessuna polarizzazione si verifica e ciascuna di esse emette indistinti messaggi di genericità. Ora, tutto ciò è accaduto mantenendo i medesimi meccanismi cooptativi che caratterizzavano l’Università d’élite la quale, però, aveva bisogno per la formazione dei propri docenti di tempi lenti di maturazione e d’un ambiente tendenzialmente coeso. Un processo espansivo così rapido, evidentemente è incompatibile con un meccanismo che fonda su quotidiana e duratura frequentazione tra maestri ed allievi. Ogni fenomeno di rapida espansione comporta necessariamente una riduzione del grado qualitativo, non foss’altro perché la selezione deve molto slargare le sue maglie; quando poi si tratti di selezioni fortemente soggettive – com’è per le cooptative – i risultati non possono che essere d’un deleterio personalismo.
In un tale contesto è naturale che il problema dei titoli di studio si imponga all’attenzione del Governo come una delle emergenze nazionali. Chi vive l’Università ben sa che esistono tanti corsi, che forniscono compiuti titoli di laurea, svolti solo sulla carta; che v’è una mercificazione delle iscrizioni, con promozioni d’ogni sorta per vendere il prodotto, come ormai usa dire. Che gli Atenei insomma fanno a gara nel dar la caccia agli studenti, una gara ovviamente disciplinata non dalla regola del migliore, ma del più economico: il che, tradotto in termini di preparazione, significa del titolo conseguibile con il minor impiego possibile di materia grigia. Dinanzi a questo generalizzato fenomeno, se effettivamente lo si voglia affrontare, la questione dell’abolizione del punteggio di laurea non è la più corretta. Certo, interverrebbe su abusi inaccettabili, essendovi Atenei dove si dispensano a profusione le valutazioni più lusinghiere, e sono anche insospettabili Atenei. Ma i costi negativi d’una tale soluzione sarebbero troppo alti da pagare e la demotivazione generalizzata all’eccellere provocherebbe danni credo maggiori dei benefici. La vera questione è quella della valutazione dei singoli Atenei, anzi dei singoli corsi di laurea. Questo davvero imporrebbe una svolta. E dovrebbe trattarsi di valutazioni il più possibile fondate su oggettivi criteri d’efficacia ed efficienza dei percorsi formativi, non su giudizi soggettivi di questo o quell’altro organismo burocratico. Solo per fare un esempio a me vicino, non sarebbe difficile misurare il valore d’un corso di Giurisprudenza, solo che si seguissero i risultati conseguiti dai laureati in termini di successo professionale a distanza di tre, cinque o dieci anni (a seconda delle scelte compiute dai diplomati) e si valorizzassero quelle strutture che abbiano condotto a migliori performances. Una tale impostazione – conforme a modelli sicuramente efficienti, già presenti in altri paesi – costituirebbe certamente una svolta e porrebbe decisamente a nudo autentiche vergogne oggi diffuse nel sistema ma ben celate dietro il velame d’una incolore pergamena.

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