Il commento di
Carmine Ippolito
E si invocano cambiamenti

Ad ogni successiva inaugurazione dell’anno giudiziario si mette in scena la solita cantilena di sempre: troppi processi, troppe prescrizioni, iperbolico ingolfamento dei ruoli e inumano sovraffollamento delle carceri. Gli ermellini e le autorità in passerella, austeramente, invocano i necessari cambiamenti. E lo stato di cose dell’amministrazione della giustizia resta, invece, quello di sempre. La liturgia sembra ispirarsi proprio alla migliore filosofia gattopardesca: tutto deve cambiare e tutto resta invece sempre drammaticamente uguale o, caso mai, peggiore.
Impercettibili, insignificanti, controproducenti fattori di novità: il primo presidente della Cassazione, nel corso della sua relazione annuale sullo stato della giustizia, non ha mancato di sottolineare l’intervenuto mutamento di clima. Stando al punto di vista dell’autorevole magistrato «le dense nubi che si erano addensate sul nostro impianto costituzionale» si sono diradate. Si tratta soltanto della strabiliante conseguenza del cambio di guardia alla guida del governo?
Per procedere ad una corretta analisi del dato occorre rilevare che il positivamente salutato mutamento di clima, tuttavia, non può correttamente attribuirsi alla sobrietà della mutata compagine governativa quanto al fatto che, nel nostro Paese, la minimale dialettica democratica si è clamorosamente inabissata. Allorquando Berlusconi ha guidato il Governo si è certamente sovente consumato un aperto braccio di ferro con le toghe. Tale impropria conflittualità istituzionale, per il vero, non è mai approdata, però, ad alcuna significativa riforma del sistema giudiziario. La conflittualità con la magistratura, negli anni passati, persisteva, tuttavia, anche quando lo schieramento capeggiato dall’allora intemerato cavaliere sedeva sui banchi dell’opposizione parlamentare. Il centrodestra ha sempre posto la necessità di radicalmente riformare il sistema giudiziario come un obiettivo non negoziabile del suo sbandierato programma di governo.
Risulta, allora, senz’altro discutibile compiacersi del rilevato mutamento di clima senza deplorare che il conseguente rasserenamento rappresenta soltanto dell’effetto del sopravvenuto crepuscolo del confronto democratico che ha messo in sofferenza non soltanto il nostro Paese ma buona parte dell’Europa continentale.
Altro elemento di novità, rispetto alle relazioni annuali precedenti, è costituito dal riferimento, operato da Lupo, alla negativa incidenza sul funzionamento dell’apparato giudiziario dello spropositato numero di avvocati che operano in Italia.
«Duecentoquarantamila avvocati - ha evidenziato il magistrato - se non costituiscono un diretto fattore di incentivazione del contenzioso, certamente non contribuiscono a deflazionarlo». In effetti alcun apparato giudiziario può sostenere la domanda di giustizia alimentata da tale abnorme numero di professionisti. Eppure a sentire il ministro guardasigilli Severino, le liberalizzazioni vanno nella direzione giusta ed anche gli avvocati devono raccogliere la sfida verso la modernità.
Il raffronto tra le diverse posizioni, sul punto, genera inevitabilmente un certo senso di smarrimento. Stando alla filosofia liberalizzatrice perseguita dai massimi esponenti dell’euroregime, gli avvocati sarebbero soltanto una casta corporativa e conservatrice. A raccogliere l’autorevole parere degli operatori del mondo giudiziario, gli avvocati sono in troppi ed il loro numero esorbitante, alimentando il contenzioso, rallenta il funzionamento della giustizia. Da queste poche e confuse idee sull’argomento, se ne deve dedurre che, forse, gli avvocati, più che una lobby, rappresentano orami soltanto un controsenso.
L’avvocatura napoletana ha presenziato, polemicamente, all’inaugurazione dell’anno giudiziario indossando un bavaglio. La protesta, anche sotto il profilo simbolico, ha colto indubbiamente nel segno. Di certo si può, sin da subito, prevedere che le tanto sbandierate liberalizzazioni serviranno soltanto a spalmare povertà anche tra gli avvocati, così come tra tutte le altre categorie che la recessione non ha ancora messo definitivamente in ginocchio. E risulta alquanto singolare che a questo regime di eminenti bocconiani sfugga che il rilancio dell’economia passa necessariamente attraverso la rigenerazione dei settori produttivi colpiti dalla crisi giammai estendendo la contrazione del reddito anche ad ulteriori comparti produttivi e professionali come si intende fare con le liberalizzazioni.
La progressiva diffusione della miseria, insieme all’introduzione delle società di capitali nelle libere professioni, pregiudicherà le irrinunciabili prerogative di autonomia ed indipendenza che devono inderogabilmente presidiare l’adempimento del mandato fiduciario ricevuto da un legale. Gli effetti si pagheranno in termini di gravissimi ricadute, non soltanto etiche, sullo svolgimento della delicatissima funzione che il difensore deve presuntivamente svolgere sempre e solo nell’esclusivo interesse del suo assistito.
Il concreto rischio, invece, è quello di ritrovarsi una figura professionale particolarmente incline all’asservimento alle ragioni del capitale, anche illecito, piuttosto che inflessibilmente proteso a sostenere le ragioni di colui che si è affidato al suo patrocinio. Le società di capitale renderanno, infatti, la figura dell’avvocato sempre più simile a quella di un qualsivoglia prestatore d’opera. E non si comprende se deve rispondere agli scopi di lucro degli investitori ovvero alle ragioni del suo assistito. Tutto questo tende a sfigurare, definitivamente vulnerandolo, il prezioso esercizio di un’arte che, in quanto finalizzata alla tutela di beni essenziali alla sopravvivenza dello stato di diritto, non può essere affidata alle ragioni del mercato od essere concepita alla stregua di qualsivoglia attività di impresa, risultando necessario preservare la nobiltà degli scopi per perseguire i quali l’operatore di giustizia deve restare, prima di tutto, un uomo libero.

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