Il corsivo di
Rino Mele
Festa nuova a Scampia

Nel Vangelo di Marco il racconto di Emmaus - Cristo morto che ritorna - è contratto in poche parole, un’ellissi estrema: “Sotto altra forma apparve a due di loro mentre erano in cammino verso la campagna”. Bastano che due si mettano insieme perché Dio faccia una tenda delle loro ombre e vi abiti. Ieri a Scampia sono affluite migliaia di persone per vincere l’incendio freddo e la solitudine, il degrado e la devastazione, il deserto. Da piazza Giovanni Paolo II fino a occupare tutto lo spazio del disordine: da vivere, almeno per un giorno, in un’improvvisa normalità, secondo linee chiare e finalmente libere, disegnate con uno sguardo puro, con il volto chiaro di chi ha troppo atteso. Il cardinale Sepe ha parlato di “cancro maligno” della camorra, e dei sacerdoti che cercano di liberarne i cittadini, i giovani. Ieri è stata una festa grande (i cortei a Napoli, ormai, non si contano, stamattina un altro da piazza Matteotti, per il diritto al lavoro): è il popolo che riprende nelle proprie mani la speranza e il progetto del futuro, fa della disperazione una bandiera. Bisognerebbe che ogni giorno si riversasse, a Scampia, un fiume di gente che entrasse e uscisse dai negozi, cantasse per le strade, sollecitando le parole, il discorso delle parole e dello sguardo, facendo tornare la confidenza con la vita. Venirci ogni giorno per mutare il male in bene, la disperante abitudine ad essere schiavi in risposta politica. Si è parlato di coprifuoco, il primo a farlo è stato Saviano: “I clan danno l’ordine: entro le sette, sette e mezza di sera bisogna chiudere i negozi”. L’altro giorno ci sono andati il prefetto e il questore, sono entrati proprio nei negozi del Corso, ieri invece è stato il popolo a tradurre l’afasia in comunicazione, in una festa delle mani che si stringono e formano costellazioni di parole che, quando vengono dette ad alta voce in quel rione, sembrano nuove. Anche Scampia è Napoli ma pare lontana come un’epoca diversa. Non si può continuare così. È necessario, urgente, tradurre questo deserto in una festa nuova, ricordarsi di Secondigliano, Giugliano, Melito come luoghi della nostra casa comune da tenere tutta aperta, pulita, e da abitare insieme.

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