L'intervento di
Orazio Abbamonte
Governo Monti? È politico

Che la formula del “Governo tecnico” fosse etichetta insostenibile, era già chiaro al momento della costituzione dell’Esecutivo Monti. Le scelte che ogni Gabinetto deve compiere hanno sempre natura politica, e questa è una banalità sulla quale non varrebbe nemmeno la pena di fermarsi. Il Governo è il principale titolare dell’azione politica, vale a dire della decisione in ordine all’allocazione delle risorse collettive. Solo per fare un esempio, l’Esecutivo in carica ha dovuto scegliere se avanzare la candidatura italiana alle Olimpiadi del 2020, con la sequela d’ingenti investimenti che ne sarebbe derivata. Ed ha scelto di non farlo, probabilmente bene, non soltanto perché i danari pubblici scarseggiano ma, ritengo, anche per l’evidente ritorno d’immagine, in termini di serietà e rigore per la vita pubblica italiana.
Questo Governo è spiccatamente politico, proprio perché connotato dall’impronta “tecnica”: nulla in politica accade per pura scelta razionale, ma il fenomeno politico assume differenti forme a seconda del contesto in cui si sviluppa. La politica deve essere necessariamente responsiva, deve cioè saper fornire le risposte che servono nel dato momento storico: altrimenti fallisce e la politica sarà sempre essa a trovare nuove soluzioni, utili a superare il fallimento. L’Esecutivo guidato dal professore bocconiano è stata la risposta che la politica ha dato all’incapacità del proprio ambiente tradizionale d’esprimere una seria maggioranza di governo. Il fallimento del governo Berlusconi e l’assenza d’una credibile opposizione capace di trasformarsi in maggioranza, hanno richiesto che la guida del Governo s’aggregasse intorno ad un nucleo di valori diverso da quello abitualmente offerto dall’intesa intorno a rappresentanze politiche. E questo grumo valoriale è stato questa volta ricreato intorno alla competenza tecnica: essa, e non la rappresentanza d’interessi, ha costituito il patrimonio politico sul quale fonda il Governo in carica. E tale peculiare base dell’Esecutivo produce riflessi politici che vanno anche oltre le caratteristiche proprie della sua azione amministrativa. Riflessi, evidentissimi proprio in quel mondo ‘tradizionale’ della politica che ha dovuto mettersi da parte per la propria inettitudine ad affrontare la situazione. È sotto gli occhi d’ognuno l’animarsi d’incontri, confronti e riflessioni alla ricerca d’intese per riformare da un verso il sistema elettorale – vale a dire la legge fondamentale dell’élite politica – da un altro l’architettura costituzionale. A ben guardare, è fenomeno non meno straordinario delle modalità di nascita del Governo Monti, che in uno disastrato scorcio di legislatura, si determini un’amplissima maggioranza (almeno così sembrerebbe) tra le forze politiche presenti in Parlamento per rivedere la legge (elettorale) cui più d’ogn’altra sono interessati e per modificare addirittura la carta costituzionale – scoglio contro il quale per decenni è naufragata ogni iniziativa, da qualsiasi parte ed in qualsiasi forma sia stata intrapresa. Ma a ben vedere è chiaro che si tratta di due manifestazioni dello stesso fenomeno: la crisi di credibilità della dirigenza politica italiana. Essa ha portato alla costituzione d’un Esecutivo guidato da un ‘non politico’ per rigenerare l’immagine internazionale del Paese; ed al medesimo tempo impone ai partiti politici di ridisegnare (si parla finanche d’una regolamenzione dei partiti) se stessi e le istituzioni in cui operano, per riacquistare quel minimo indispensabile d’autorevolezza – loro e le istituzioni – indispensabile a riprendere la guida dell’Italia e per consentire alla comunità di ricostruire una dialettica corrispondente ai percorsi della democrazia.
Certo, non devono sbagliare le forze politiche che hanno scelto ora d’impegnarsi su di un contenuto minimale di riforme. Se commettessero errori, probabilmente resterebbero definitivamente travolte, perché confermerebbero quell’incapacità d’azione che ne ha decretato la – per ora – temporanea sospensione dal potere. Previsioni non è possibile compierne. Quel che è certa, è l’assoluta necessità di recuperare immagine. E solo il compimento di atti in grado di dimostrare senso di responsabilità e dunque capacità di superare miopi interessi personali e di ceto, solo questi atti potrebbero essere in grado di restituire autorità alla politica tradizionale. Non sarà facile, ma credo che l’operazione verrà effettivamente tentata.

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