
Io avrei voluto intrattenervi, come di consueto, sugli sviluppi delle imprese del nostro amatissimo sindaco. In particolare sulla decisa affermazione di Supergigino che “la Coppa America si farà in via Caracciolo”, poiché, nonostante i molti dissensi, egli intende andare “avanti senza sosta”. Oggi, del resto, dovrebbe tenersi a Palazzo San Giacomo la conferenza dei servizi, che attendeva il necessario parere della Sovrintendenza. Come io avevo previsto da tempo, ci saranno gravissimi disagi per i residenti e consistenti pericoli di danno ambientale. Di tutto questo, tuttavia, avremo tempo di discorrere le prossime settimane.
Oggi majora premunt. È scomparso, infatti, Oscar Luigi Scalfaro che, senza alcun dubbio, è stato uno dei protagonisti della storia repubblicana. L’establishment politico e mediatico, con qualche isolata eccezione, l’ha glorificato, esaltandone le innumerevoli virtù. Concedetemi, amici lettori, di collocarmi fra le isolate eccezioni. Oscar Luigi Scalfaro era certamente un cattolico Doc, sin dall’alba della sua vita pubblica. Egli fu, agli inizi, magistrato; in quella veste (dovrei, forse, dir toga) esercitò funzioni d pubblico ministero ed ebbe a richiedere (e ottenere) la condanna a morte (poi eseguita) di ufficiali della Guardia Repubblicana. Pur tenendo conto dell’età giovanile, non mi sembra che, in quell’occasione, abbia dimostrato coerenza con la fede cattolica. Un’obiezione di coscienza, a mio sommesso avviso, non ci sarebbe stata male. Un cattolicesimo bigotto dimostrò quando, già deputato democristiano, insultò una signora seduta avanti a un bar con un abito che egli riteneva eccessivamente scollato. Sfidato a duello dal marito e dal padre della signora, si ricordò di obiettare, guadagnandosi la taccia di vigliacco. Fu il grande Antonio de Curtis, in arte Totò, che lo definì pubblicamente tale. Il nostro Oscar, a mio sommesso avviso, fece, in quell’occasione, una serie di magre figure. Pochi anni prima di diventare Presidente della Repubblica, Scalfaro presiedette la commissione parlamentare d’inchiesta sul terremoto dell’Irpinia, che avrebbe dovuto scoperchiare uno dei più grossi scandali della Prima Repubblica, accertando che fine avessero fatto gli oltre cinquantamila miliardi spesi dallo Stato. Non scoperchiò granché, ma si guadagnò la fama di fustigatore dei costumi. Da Presidente, è famoso il suo “Non ci sto!” a reti unificate, allorché gli chiesero conto dei fondi segreti da lui gestiti quando era ministro dell'Interno. Insabbiato fu, invece, l’affaire dei lavori di ristrutturazione al Quirinale affidati a un architetto “buon amico” della figlia. Il “ribaltone” con il quale pose fine al primo governo Berlusconi è troppo noto per essere ricordato, così come il “ribaltino” che portò ai governi D’Alema e Amato. Ormai Scalfaro non era più un inossidabile democristiano di destra, ma flirtava con quella sinistra di cui avrebbe poi fatto parte integrante. Non vogliamo demonizzarlo, ma santificarlo mi sembra eccessivo. Io mi limiterei a dire: “Parce sepulto“.




















