Il corsivo di
Rino Mele
L’incendio di Giordano Bruno

Ieri mattina, quattrocentododici anni fa, fu bruciato vivo: pare che, nella sua irridente tristezza, mostrasse fretta di entrare nei sipari del rogo, farsi fiamma egli stesso, bruciare e non esser bruciato. Giordano Bruno era nato a Nola e sentiva Napoli come una madre inospitale, superba e necessaria. “Regalissima città” la chiamava, e provava orrore per la sua distrazione invereconda: “Mi chiamerete forse ingiurioso e ingrato alla mia patria, s’io dicessi che simili e più criminali costumi si ritrovano Italia, in Napoli, in Nola?”. Lo attraeva la lingua di Napoli, quel dialetto musicale che sembra alzare in teatrale concerto ogni metafora e dare forma pulita alla più sconcia delle parole, lo attraevano i detti popolari, come quello che si trova in un suo tagliente scritto del 1584 (“Spaccio de la bestia trionfante”): “Ne è cascato, com’è proverbio in Napoli, il maccarone dentro il formaggio”. Per quanto avesse girato l’Europa e dimorato nelle corti più seduttive, a Bruno - nato nel Regno di Napoli - era rimasto in cuore la voce di quella grande città nel canto notturno della madre Fraulissa che lo cullava bambino per togliergli la paura dal sonno. E le curve ridenti di quella lingua bambina non le dimenticherà più. Per questo aveva disagio a ripensarla, questa sua terra, come invivibile e così ospitale per i delinquenti: tra Roma e Napoli ce n’erano senza numero di condannati appesi a mostrare inutilmente l’esemplare castigo (“Per la Campania, o pur per il camino ch’è tra Roma e Napoli, dove son messi in quarti tanti ladroni”). Il nostro filosofo, e poeta, sognava una città europea ma si trovava a ricordare uno spazio rumoroso, confuso, difficile: infinitamente amabile. Tre le città più belle d’Italia, lo dice nel “Candelaio”, e sono Venezia, Roma e Napoli, che segneranno per sempre la sua vita. Nella prima sarà accusato di eresia e incarcerato dall’Inquisizione. Nella seconda sarà portato al rogo, in una fredda mattina d’inverno, il 17 febbraio. Nell’ultima era come fosse nato: Napoli si estende al di là delle sue porte, non si può vivere la propria fanciullezza vicino a questa città senza appartenere ad essa, al suo vento mutevole, alla voce calda dello sprofondo, la sua storia a strati che sembra tornare sempre indietro a fronteggiare la sua origine. Quando, quella mattina di febbraio, Bruno entrò nel fuoco, per non uscirne più, forse rise pensando di trovarsi finalmente in quel tutto in cui si riconosceva. Quelle fiamme erano anche fresca neve. Quel fuoco era il formaggio di Dio e lui, in quello strazio, l’inebetito maccarone.

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