L'opinione di
Rino Mele
La Campania si fa in due

Tre cerchi concentrici formano le istituzioni primarie di ogni cittadino: il comune, la provincia - che ne è l’ampliamento naturale - e la regione, entità forse astratta ma necessaria a definire l’identità dello spazio naturale e storico in cui viviamo. Antiche, le idee del “comune” e della “provincia” trascinano con sé l’ombra sacra delle radici, la passione rissosa delle lotte, il difficile giudizio di appartenenza. L’istituzione regionale è recente, appartiene solo al progetto dei padri costituenti: a essere pensate furono prima le regioni a statuto speciale. Poi, quelle cosiddette ordinarie ne sono state la logica continuazione. Le regioni, a differenza dei comuni e delle province, non soltanto governano un territorio ma hanno la dignità di legiferare trovando però il loro limite nell’attività legislativa dello Stato: “La legge regionale è sottoposta all’integrale rispetto di quella statale” dice Renato Bin nel suo utilissimo “Capire la Costituzione” (1998). La nostra Costituzione non ha però ben sviluppa to il rapporto di complementarietà tra Stato e Regioni e questo ha provocato ritardi e qualche confusione. Inoltre, così come sono disegnate, le regioni non rispecchiano sempre un’interna necessaria coesione e a volte interpretano con discontinuità la storia e l’anima delle popolazioni. Così si avvertono vari, e per ora ancora lievi, sommovimenti. Ad esempio, in Campania, è molto sensibile alla possibilità di ridisegnare la carta della Regione lo stesso presidente della Provincia di Salerno, Cirielli, e già da molti anni il Vallo di Diano è alla testa di un’ipotesi concreta di ricostruzione regionale e guarda alla vicina Basilicata per un accorpamento unitario: ma in questo caso (ho già avuto modo di scriverlo) credo che il Vallo e il Cilento - o parte di esso - dovrebbero tentare di diventare provincia prima di aderire all’unione regionale per non naufragare in una troppo forte struttura preesistente come la Basilicata: alla fine di questo percorso, il nome complessivo di Lucania potrebbe sancire la nuova realtà. I paesi del Vallo che hanno fatto propria l’ipotesi del nuovo territorio sono, con la recentissima adesione di Sala Consilina, già diciassette. Ma ci sono altre concrete utopie. Da poco è stata illustrata la proposta De Masi, forse troppo complessa per potersi trasformare in reale istanza: vedrebbe lo spezzettamento della Campania in due regioni e, in quella più a Sud, le province di Benevento, Salerno e Avellino si unirebbero a Potenza, Matera e finanche a parte del Molise: regione nuova, ma certo ipertrofica, si troverebbe ad affrontare troppi problemi d’identità non meno gravi di quelli attuali. Sono, questi, generosi progetti e mostrano che la Campania sa ormai di avere almeno due anime, quella metropolitana e marina, gloriosissima e seducente di Napoli e l’altra che da Paestum s’inoltra con le sue dita arboree nella Lucania. Ma Salerno e Napoli non sono divisibili. Come voler allontanare Padova da Venezia. Solo da Paestum in giù ogni nuova stellare trama è possibile.

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