
L’immagine meno mortificante che mi viene in mente, quando considero il disordine crescente della dignità e del decoro della sanità in Campania, è quella di un acquario asfittico e inadeguato, dove boccheggiano sfortunati pesciolini rossi, immobili sul fondo, addossati uno sull’altro, in attesa del responso terminale. Intorno, campeggiano vuoti e polverosi contenitori, acquari dismessi, ridotti al rango di ciarpame vetroso, perché così si risparmia acqua e alimento. La priorità del sistema sanitario campano, gestito negli anni addietro con una superficialità e un’incompetenza, volontariamente adeguata a finalità clientelari ed elettoralistiche, era quella di tentare un miracolo riorganizzativo e strutturale, che evitasse un default annunciato. Chiusura di unità operative “doppioni”, specialmente quelle allocate nello stesso nosocomio, riordino e riconversione di altri presìdi, ad esigenza di una più organica, snella e moderna funzionalità assistenziale. Ma, come è consolidato costume in Italia, e ancor più nelle colonie meridionali, la teoria, appena acquisita, è stata messa in pratica in modo inefficace, approssimativo, senza conoscenza delle particolari esigenze o “conformazioni topologiche” della nostra rete assistenziale, ma prestando molta attenzione a non disturbare la “politica del territorio” di qualche potentato locale. Si è praticata una terapia, insomma, senza una corretta conoscenza dell’anamnesi del paziente! In una Napoli, già “sgarrupata” da cantieri a cielo aperto, voragini vecchie e nuove, che si avviano a festeggiare le “nozze d’oro”, in cui la viabilità decente è una realtà virtuale, si chiudono pronti soccorsi, dal Cto, agli Incurabili e al San Gennaro, e così l’emergenza-urgenza va fuori controllo ed in totale agonia, anche per il mancato potenziamento di altre strutture similari. In una realtà dove il soccorso tramite eliambulanza è soltanto una pia ipotesi peregrina, si procede al taglio chirurgico indiscriminato ed irresponsabile: non era il caso di velocizzare il completamento del famoso Ospedale del Mare, invece di intasare, in un carnaio vergognoso, Ospedali come il Loreto Mare e il San Giovanni Bosco, o ridurre al rango di lazzareto, la Medicina d?Urgenza e l’Astanteria del Cardarelli? In questo scempio di gestione, assistiamo ad un’escalation della violenza nei confronti degli operatori sanitari, sommersi dallo straripante malcontento dell’utenza insoddisfatta e da turni massacranti, al limite dell’incolumità fisica. Ma tant’è, il vento che gonfierà le vele dell’America’s Cup, diraderà al largo anche i miasmi d’ossido di carbonio e di tintura di iodio! In provincia, non si è da meno. L’esempio più luminoso dell’oculata gestione sanitaria campana è l’area vesuviana. Chiusura del pronto soccorso di Pollena, che era il primo riferimento dell’area, per contiguità e raggiungibilità, dopo il Loreto Mare, e proditorio declassamento dell’Ospedale di Torre del Greco, dove però, essendo previsti “rigurgiti” elettorali per le prossime Amministrative, si tiene in vita un mezzo nosocomio, senza ginecologia, senza pediatria, con una cardiologia assente all’emergenza notturna, con una chirurgia che gioca a ping pong con l’omologo reparto del P.O. di Boscotrecase. Quest’ultimo, inserito nel II livello dell’Emergenza dalla delibera Commissariale 000736 del giugno 2011, si è visto accerchiato ed invaso da tracimanti orde di urgenze e 118 – anche il P.S. di Scafati è stato chiuso – per un bacino d’utenza che supera le 600.000 unità, da San Sebastiano al Vesuvio, San Giorgio a Cremano, Ercolano, Torre del Greco, e i comuni di più immediata vicinanza, Terzigno, San Giuseppe Vesuviano e Poggiomarino, con una viabilità d’accesso, che, in Africa, definirebbero vergognosa! Un altro mezzo nosocomio, promosso troppo frettolosamente al rango superiore, prima ancora di adeguarlo al ruolo, visto che l’andirivieni di ambulanze rappresenta l’unica panacea per sopperire alla mancanza di una Tac nel presidio stesso. Una sanità confusa e disarticolata, in crisi economica, anche nel privato e convenzionato, dove, come già scritto da altri, su queste pagine, si allunga minacciosa ed interessata l’ombra di jointventures, dai collegamenti oscuri, con capitali pronti ad essere impiegati, in quello che viene ancora considerato un lucroso business, in modo disinvolto e senza alcuna remora o rispetto della legalità. Eppure, a sentire le affermazioni ufficiali della triade commissariale, tutto procede secondo il programma stabilito - comprese le nomine dei direttori generali di riferimento - stiamo lentamente uscendo dal tunnel, e siamo prossimi al rilancio della nostra sanità. Ma questa umanità sperduta e randagia, tra un ospedale e l’altro, tra una lista d’attesa ed una migrazione forzata in altre regioni, incattivita, disperata ed arrabbiata e l’aumento esponenziale degli infarti e delle malattie cardiache, per eccessivo stress, fra i nostri operatori sanitari, mi fanno pensare che qualcosa è sbagliato: mi vedo boccheggiare in un acquario malsano, in una palude limacciosa di sabbie mobili, e non riesco a toccare il fondo...





















