
Il ventaglio dei sondaggi offre sentenze sostanzialmente prevedibili. Il magistero del governo Monti, muovendosi in un’autonomia impermeabile ai partiti, determina inevitabilmente uno sfarinamento del consenso elettorale dei blocchi politici tradizionali. Vale per il Pd (nel labirinto ingovernabile di delicatissimi equilibri interni), vale per il Terzo Polo (alle prese con la delicata vicenda che lambisce alcuni esponenti dell’ Api), vale, soprattutto per il Pdl in oscillazione tra le incertezze dei suoi anni di governo e la lucida, rapida determinazione con la quale Monti porta avanti la sua azione. Il dato incrocia, tra l’altro, con le perplessità connesse ad una nuova legge elettorale, necessaria ma zeppa di rischi per chi deve chiedere preferenze in aree delicate come quelle del Mezzogiorno, e con una stagione dei congressi, ormai alle porte, che potrebbe causare nuove, ulteriori defezioni a livello periferico, soprattutto nel Pdl. La risposta appare troppo facile. Andare ancora avanti per qualche settimana e poi, di fronte a qualche provvedimento di larga audience, staccare la spina ed arrivare ad elezioni anticipate. Questo il percorso che qualche politologo va indicando in queste ore. Ma è una partita politica delicatissima che non può esaurirsi in maniera semplicistica. Berlusconi ha SEGUE DALLA PRIMA La tentazione... maturato, in questi anni, un approccio più riflessivo, meno intransigente ai percorsi della politica. Sa bene che, tirandosi indietro, una frangia del Pdl potrebbe confermare la fiducia a Monti, relegando tutto il centrodestra al ruolo di semplice opposizione. Al di là delle naturali, negative ricadute di immagine che una posizione politica di chiusura al Governo potrebbe determinare nell’opinione pubblica italiana. Ma la tentazione del sipario, la voglia di chiudere con l’esperienza Monti non vive soltanto in alcuni settori del Pdl. Bersani, infatti, è alle prese con magmatiche posizioni interne che non condividono le linee programmatiche di molti ministri. C’è polemica sulle ipotesi espresse dalla Fornero sulla riforma del mercato del lavoro, c’è la paura di perdere definitivamente i contatti con la Cgil, tradizionale, preziosa alleata di tante battaglie del Pd, c’è la preoccupazione di essere scavalcati dalle scelte politiche e operative di ministri come Passera, invocati a costruire quel famoso partito che non c’è. Il vero snodo della situazione resta l’alto consenso di cui gode ancora Monti e, per tutti, la voglia di non pagare pegno e di non ricevere ovvie accuse di irresponsabilità politica. Nel Paese, infatti, il fronte dell’adesione a quest’esperienza di governo appare compatto e diffuso e si accredita, al momento, di un significativo 52%. Merito di un consolidato credito europeo, di un’azione di profonda rivisitazione dei benefit del mondo pubblico, di quei controlli a tappeto, da Cortina a Milano, che rivelano il vero volto del Paese. Più variegata, più legata a canali di forte, autonoma insubordinazione, la protesta. Non incanalata in partiti e sigle sindacali e, quindi, più imprevedibile ma, al tempo stesso, meno efficace. Realtà che potrebbero sfociare anche nei rivoli dell’assenteismo elettorale. Da qui, quel sipario che resta sospeso, in attesa dei prossimi atti. Mentre il pubblico si divide tra fischi ed applausi.





















