La riflessione di
Gerardo Mazziotti
Le “primarie” innanzitutto

Attento osservatore della vita politica italiana non ricordo che i presidenti della Camera dei deputati Gronchi, Leone, Pertini, Scalfaro, Ingrao, Napolitano, la Jotti, la Pivetti, Violante, Casini e Bertinotti abbiano fatto il controcanto al presidente del Consiglio dei ministri e abbiano dato vita a partiti politici e a gruppi parlamentari in contrapposizione ai loro partiti di provenienza. Evidentemente per il fatto che, come terza carica dello Stato, sarebbero stati chiamati a sostituire il presidente della Repubblica e il presidente del Senato in caso di contemporaneo impedimento delle due alte cariche dello Stato. E la nostra Costituzione esclude che al Quirinale ci possa stare un uomo di parte. Ma non intendo giudicare il diverso comportamento dell’attuale presidente della Camera Gianfranco Fini. Lascio questo compito agli opinionisti politici del nostro giornale. Intendo invece commentare l’accenno da lui fatto domenica scorsa a Mirabello alla necessità di una nuova legge elettorale, con la frase: “I cittadini hanno il diritto di scegliere il capo del governo ma anche il diritto di scegliere i propri parlamentari perché è ingiusto imporgli una lista di nomi scelti dalle segreterie dei partiti, prendere o lasciare (…) e mi pento di avere avallato una legge che conculca questo diritto”. Non prima di avere espresso il mio sconcerto nel rilevare la propensione all’ovazione delirante del popolo di destra. Un reiterato “Gianfranco, Gianfranco” gridato dai parlamentari finiani equivale al reiterato “Silvio, Silvio” gridato dai parlamentari berlusconiani. E sarebbe bene che la smettessero con queste grida da stadio sia gli uni che gli altri. Una nuova legge elettorale sono in molti a volerla. Una legge che, a differenza di quella attuale, definita “porcata” perché prevede un premio di maggioranza e impone di votare la lista dei candidati al Parlamento compilata dalle segreterie dei partiti, consenta all’elettore di “scegliere”, col voto di preferenza, il candidato a lui più gradito. Ricordo che il voto di preferenza è previsto nelle leggi elettorali per i consigli regionali, provinciali e comunali. L’abbiamo sperimentato qualche mese fa in occasione delle elezioni regionali. Epperò non abbiamo “scelto”, con i due voti di preferenza, i candidati a noi più graditi in assoluto; è vero invece che siamo stati costretti a “scegliere” tra i candidati messi in lista dalle segreterie dei partiti. Perciò non una “libera” scelta ma, piuttosto, una scelta “condizionata”. Senza contare che, salvo rare eccezioni, vengono eletti quelli che “hanno più santi in paradiso”. Come dimostra il successo di illustri sconosciuti che entrano nei consigli regionali, provinciali e comunali grazie all’appoggio delle segreterie dei partiti. E, diciamolo, grazie ai voti di mafia, camorra e ‘ndrangheta. Perciò è preferibile il ritorno ai collegi uninominali. Ma a condizione che non siano a doppio turno (va evitato il ricatto dei partitini) e che i candidati vengano scelti attraverso le “primarie”, aperte a tutti i cittadini. E con la introduzione di alcune norme assolutamente necessarie. I parlamentari non possono essere eletti più di due volte (ci libereremmo finalmente dei tantissimi professionisti della politica che stanno in Parlamento da una vita); vanno compensati con gettori di presenza e con una liquidazione a fine mandato (eviteremmo lo scandalo degli attuali trattamenti economici e pensionistici); non possono svolgere nessun’altra attività (eviteremmo finalmente l’anomalìa tutta italiana dei parlamentari che fanno contemporaneamente i sindaci e i presidenti di Provincia, gli architetti, gli ingegneri, gli avvocati, i medici, i notai, i giornalisti, gli imprenditori…). Avremmo finalmente una nuova classe dirigente, in grado di affrontare i problemi veri del Paese: debito pubblico, lavoro, globalizzazione, giustizia, formazione, riduzione delle tasse, riforme costituzionali. I problemi indicati da Gianfranco Fini domenica scorsa a Mirabello.

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