Il corsivo di
Vincenzo Nardiello
Pronti 100 miliardi per il Sud, ma attenti ai gattopardi

Magari si tornerà a parlare di politica. Magari si tornerà a farlo presto. Magari si potrebbe ripartire da quella che, nonostante tutte le fumisterie intellettualoidi agostane, resta la questione delle questioni: il Mezzogiorno. Chi si chiedeva che fine avesse fatto il Piano Sud, ieri ha avuto una prima risposta. Il ministro Fitto ha confermato che «in autunno il Piano sarà immediatamente operativo», e che la sua dotazione è di ben 100 miliardi. Una cifra enorme che conferma, ove mai ve ne fosse stato bisogno, che il problema del Mezzogiorno non sono le risorse, ma la maniera in cui vengono spese. Ed è proprio questo il punto debole del Piano annunciato da Palazzo Chigi. Per carità, senza soldi messe non se ne cantano, quindi bene ha fatto l’Esecutivo a mettere le mani avanti e spiegare che i soldi per fare ci sono eccome. Ma ora mancano i due aspetti più importanti: su cosa si spenderanno quei denari - quali progetti e con quali priorità - e, soprattutto, chi li gestirà. Non sono problemi da poco. Soprattutto in un’area - la più vasta zona depressa d’Europa - dove il gattopardo resta la specie animale più diffusa. Ne abbiamo avuto la prova negli ultimi mesi, quando il dibattito accesosi sulla necessità di un “partito del Sud” si è rivelato per quello che era: il paravento dietro il quale si celavano nuove, costosissime richieste di spesa pubblica. Tuttavia, la pochezza di classi dirigenti miserabili, il cui obiettivo non è quello di proporre soluzioni, ma creare bisogni per poterli poi gestire, non può diventare un alibi per bloccare tutto: opere, finanziamenti, progetti, politiche industriali. Certo, è impressionante guardare il dato impietoso delle risorse per il programma comunitario 2007-2013, che attestano come dopo tre anni ne siano state impegnate appena il 6-7%. E fa ancora più impressione constatare che gran parte di quei 100 miliardi annunciati dal Governo siano in realtà riallocazioni di risorse vecchie, rimaste inutilizzate. Se l’obiettivo è dar vita ad un nuovo meridionalismo dei fatti in sostituzione di quello delle chiacchiere, però, occorrono scelte nette. Ecco perché l’indeterminatezza su chi gestirà le risorse e a cosa serviranno non è questione di lana caprina. Attraverso quali meccanismi il Governo pensa di investire questi 100 miliardi in modo tale da ottenere risultati diversi da quelli degli ultimi 30 anni? Chi garantirà che saranno spesi in maniera produttiva, e che non finiranno per foraggiare le solite consorterie dell’autoriproduzione del potere meridionale? Domande che attendono risposte. L’ideale sarebbe che arrivassero dal dibattito di settembre che si annuncia in Parlamento. Si è parlato di cabine di regia, di agenzie per il Sud, di privilegiare gli investimenti infrastrutturali. Si decida. Di tempo non ne resta molto. A Roma, infatti, devono capire che mentre loro sono lodevolmente impegnati a recuperare risorse e a sopperire ad una mancanza di programmazione a dir poco paurosa, questo titanico lavoro rischia di finire nel cestino se quei capitali pubblici dovessero graziosamente dirigersi nelle mani di chi fino ad oggi ha governato il Mezzogiorno con i risultati che sappiamo. Ancora troppi gli amministratori che pensano a sistemare amici e clientes, a trafficare con le Asl, organizzare mostre e convegni invece di curarsi delle fogne, della rete idrica, degli ospedali, della spazzatura. Per non parlare di appalti e subappalti ad aziende in odore di camorra. Se dunque in autunno si tornerà a parlare di politica, saranno questi i nodi che dovranno essere sciolti. E sarà bene che prima di scioglierli neanche uno di quei cento miliardi parta da Roma.

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