
Rispetto all’Italia il Sud è un altro mondo. Dove poco è a norma e dove si vive fuori dalle regole. Lo dimostrano gli enormi gap in tema di evasione fiscale, disoccupazione, spesa pubblica, istruzione e formazione, produttività, legalità“. Lo sappiamo e ci sforziamo di eliminarli. Quel che invece ci angoscia è la diagnosi di alcuni scienziati (?) americani, che, se fosse vera, noi meridionali dovremmo solo spararci. Si sostiene, grosso modo, che la questione del Mezzogiorno non dipende dalla incapacità della sua classe politica, né dalla sua borghesia parassitaria, né dalla insufficienza dei finanziamenti per il suo sviluppo né, men che meno, dalla criminalità organizzata. Tutto dipende dall‘antropologia. Come dire che, secondo la scienza biologica che studia le caratteristiche morfologiche, fisiologiche e psicologiche delle popolazioni umane e cara a Kant e ai kantiani, tutti i popoli che sono nati e vivono nella fascia del sole sono indolenti, accidiosi, privi di immaginazione e mal disposti alla fatica. Come, appunto, i napoletani,secondo una vecchia leggenda. E, dato che noi meridionali siamo nati e viviamo nella fascia del sole, dobbiamo sottoporci a un paziente, doloroso e lunghissimo processo di “mutazione antropologica “ se vogliamo riscattarci dalle nostre condizioni di sottosviluppo. Per la verità, già Gaetano Salvemini diceva cent’anni fa che “la questione del Meridione è essenzialmente una questione di meridionali”. E di “antropologia” parlò anche il grande Mao quando, negli anni ‘50, sostenne che per costruire una società socialista cinese era necessario costruire “un uomo nuovo", attraverso la spietata distruzione delle classi sociali. Una operazione molto complessa, costata lacrime e sangue e che è andata a finire come sappiamo. Perciò condivido l’opinione di quelli che non danno alcun credito a queste diagnosi antropologiche. Non foss’altro perché questi stessi meridionali, nati e vissuti nella fascia del sole, sono stati capaci di realizzare le più belle Regge del mondo, la prima ferrovia, il primo cantiere navale, la prima fabbrica di porcellane e il primo teatro lirico d’Italia, la prima industria siderurgica, il primo ponte sospeso in ferro e il primo villaggio operaio d’Europa. E facevano parte di un grande paese che era tra i più ricchi e più ammirati d’Europa. Come dimostra la vasta produzione di “controstorie “ sulla violenta conquista piemontese del Regno delle Due Sicilie. Il guaio è che adesso questo Mezzogiorno è spezzettato in sette piccole regioni. Con un Molise con appena 300mila abitanti, poco meno di Bologna, una Basilicata con gli stessi abitanti di Genova, un Abruzzo con una popolazione di poco inferiore a quella di Milano, una Campania i cui abitanti non raggiungono la metà di quelli di Parigi, una Calabria con la metà degli abitanti di Roma, una Puglia con lo stesso numero di abitanti di Berlino e una Sicilia con una popolazione pari a quella di Madrid. In questi condizioni il Mezzogiorno continuerà ad essere ancora a lungo “il problema del paese”. Come, del resto, dimostrano gli oltre trent’ani di fallimentare esperienza delle Regioni, diventate veri e propri centri di potere in contrapposizione al Governo e al Parlamento nazionali, carrozzoni della partitocrazia, centri di assistenza clientelari, grandi catafalchi dell’ inefficienza e dello sperpero a causa di una spesa sanitaria capace di impegnare ingenti risorse finanziarie in servizi insoddisfacenti, al di sotto degli standars europei. E non saranno certo il Sudd di Bassolino, Noi Sud della Poli Bortone, Io Sud di Scotti (ancora lui), I Popolari per il Sud di Mastella né l’Mpa di Lombardo e i Dissidenti di Miccichè a risolvere i problemi del Mezzogiorno. Talchè, resto convinto con Giorgio Ruffolo che la soluzione sta nella istituzione di una macroregione meridionale di 18 milioni di abitanti (quanti ne ha Shanghai). Un solo Presidente, una sola Giunta e un solo consiglio per governare la Regione delle Due Sicilie.




















