La riflessione di
Pietro Lignola
Sono in arrivo nuovi anni bui

Il teatrino della politica ha distolto l’attenzione del pubblico da molti eventi di assai maggiore rilevanza per chi desidera farsi un’idea del futuro che aspetta noi, ma più ancora i nostri figli ed i nostri nipoti. Trascuriamo, per il momento, ciò che accade in Francia, Belgio, Olanda, Iran e Pakistan e guardiamo più vicino, qui intorno a noi. L’uccisione del sindaco di Pollica, se fosse vera l’attribuzione alla camorra ipotizzata dagli inquirenti salernitani, segnerebbe (così come gli attentati al Procuratore generale di Reggio Calabria) un’ulteriore escalation della criminalità organizzata, ad onta della crescente repressione diretta dall’ottimo ministro Maroni. Le vittime di una sempre più efferata criminalità spicciola, d’altra parte, sembrano moltiplicarsi con il passare dei giorni. Fin qui, siamo di fronte a prevedibili sviluppi di un diffuso calo di legalità, che non può, ovviamente, trovare argine nelle vuote riaffermazioni di principio che i manipolatori della pubblica opinione ci propinano quotidianamente. Le chiacchiere, va sans dir, non possono mai supplice al difetto di condotte esemplari. Io intendo, però, richiamare l’attenzione sui ripetuti episodi di intolleranza sociale, prima che politica, verificatisi nell’ultima decade. Il primo episodio si è verificato a Como, lunedì 30 agosto. Il senatore Marcello Dell’Utri avrebbe dovuto presentare a Como, ove era ospite della rassegna “Parolario”, i presunti diari di Mussolini in suo possesso; non ha potuto farlo, perché un gruppo di manifestanti (Ex partigiani? Non credo ce ne siano ancora cento in grado di camminare da soli.) glielo ha impedito. Fra le gentili frasi degli esagitati: “Devi essere appeso per i piedi!”. Otto giorni dopo Dell’Utri è tornato a Como ed ha svolto il suo intervento nella redazione del quotidiano “L’ordine”, mentre un imponente spiegamento di polizia impediva l’accesso a un gruppetto di facinorosi. Il secondo episodio si è verificato a Torino, sabato 4 settembre, alla festa del Pd. Una ventina di squadristi (il termine è di Piero Fassino), collocabili nel “popolo viola”, ha contestato il presidente del Senato Renato Schifani al grido di “Fuori la mafia dallo Stato!”. Le reazioni sono state, per questo secondo episodio, assai più corali: fra le condanne spiccano, infatti, quelle di Giorgio Napolitano e di Gianfranco Fini. La funzione istituzionale del personaggio contestato, che riveste la seconda carica dello Stato, ha avuto, ovviamente, il suo peso. Rilevante, peraltro, mi sembra anche il contesto dell’operazione squadristica, che ha “profanato” la festa nazionale di quello che fu il Pci. Un risalto ancora maggiore questa coralità ha attribuito alle due voci fuori del coro: quelle di Antonio Di Pietro, che a volte riesce ad essere comico, e di Beppe Grillo, che, al contrario, non riesce più a far ridere. Comune ai due episodi di squadrismo è la motivazione, da ricercare in un’ostentata opposizione alla mafia. Contro Dell’Utri, però, hanno manifestato anche quei “democratici” costretti a difendere Schifani, perché insultato in casa loro. Ahi loro, il famoso servizio d’ordine delle sagre rosse non è più efficiente come un tempo. L’ex pubblico ministero che possiede l’Idv è nel suo. Gli squadristi antischifaniani, con i quali si è apertamente schierato, sono secondo lui “difensori della legalità, della democrazia e degli onesti cittadini”. Egli evidentemente non crede, come Napolitano, che si tratti di “gruppi incapaci di rispettare il libero e democratico confronto”. Io ravviso in questa vera e propria criminalità politica una normale espressione della più grave malattia senile che affligge la democrazia italiana: quel giustizialismo che da tempo, su queste colonne, non mi stanco di denunziare in tutte le sue manifestazioni. Il giustizialismo, invero, oltre a fondare l’ultimo residuo ideologico rimasto agli orfani del socialismo reale, è una forma di fondamentalismo che non ha nulla da invidiare ai fautori dell’arcipelago Gulag e agli ispiratori di Al Qaida. La storia più recente ha reso evidente l’intolleranza delle sinistre nei confronti di qualsiasi cultura che non sia quella ortodossa da loro imposta. Gli inventori del politicamente corretto all’italiana hanno sempre adoperato violenza e frode per costringere al silenzio gli eterodossi, quando costoro riuscivano in qualche modo a superare la cortina del silenzio imposta dai loro censori. Oggi si vuol far tacere Dell’Utri, che parla di storia, in nome delle condanne (non definitive) a lui inflitte dalla magistratura siciliana. Ma cosa ha a che vedere la mafia con i diari di Mussolini, autentici o apocrifi che siano? Vogliono forse promuovere una fatwa, come quella degli ayatollah contro Rushdie? La strada sulla quale viaggiano costoro mi sembra assai pericolosa. Negli ultimi settant’anni abbiamo conosciuto due sanguinose stagioni d’intolleranza, figlie entrambe di quella sinistra evocata da apprendisti stregoni (né l’ex P.M. né l’ex comico hanno le carte in regola per iscriversi ad essa): le stragi partigiane del dopoguerra ricordate da Giampaolo Pansa (altra vittima di quelle che Napolitano ha chiamato “intimidatorie gazzarre”) e gli assassinii commessi da quell’arcipelago criminale la cui isola principale furono le Brigate Rosse. Potremmo essere alla vigilia di qualcosa di simile. Anche gli anni oscuri delle precedenti violenze rosse furono precedute da condanne “popolari” e da proclami deliranti. Il progetto di appendere Dell’Utri per i piedi si ricollega, del resto, direttamente all’orribile barbarie di Piazzale Loreto. Una vera cultura della legalità negherebbe cittadinanza a questi sedicenti “antimafiosi”. Di Pietro e Grillo non ce l’hanno e non fanno fatica a dimostrarlo. Nel caso di Dell’Utri, però, pur avendo teso le orecchie a sinistra, non ha udito alcuna condanna. Né, in verità, mi aspettavo di udirne.

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