Domenica 19 Novembre 2017 - 11:08

Omicidio Carlino, Pagnozzi evita definitivamente l'ergastolo

Il capoclan ha avuto trent'anni di reclusione dopo dodici anni di “battaglie” legali

NAPOLI. Il boss Domenico Pagnozzi incassa 30 anni ed evita definitivamente l’ergastolo, mentre il suo delfino, Clemente Fiore, viene definitivamente assolto.
Dopo ben dodici anni di battaglie giudiziarie, la Corte di Cassazione - I sezione penale presieduta dalla dott.ssa Di Tomassi, ha definitivamente deciso sull’omicidio del noto boss siciliano Giuseppe Carlino, avvenuto a Torvaianica il 10 settembre 2001.
Trenta anni inflitti al mandante Michele Senese ed all’esecutore materiale Domenico Pagnozzi, sedici anni a Raffaele Di Salvo e Raffaele Pisanelli, il primo quale specchiettista ed il secondo quale fornitore delle armi e della auto utilizzate per il delitto.
Unico assolto è Clemente Fiore, inizialmente condannato a 30 anni di reclusione, ritenuto, a parere degli inquirenti dalla direzione distrettuale antimafia di Roma, colui che avrebbe partecipato alla esecuzione. 
La Procura Generale  presso la Corte di appello di Roma aveva redatto un articolato ricorso per Cassazione con il quale chiedeva l’annullamento della sentenza di assoluzione incassata da Clemente all’esito del  giudizio di appello, ricorso questo  sostenuto con decisione dal Procuratore generale presso la Suprema Corte, dott. Gaeta. 
Ma, grazie a cavilli giuridici e diffuse argomentazioni, la difesa di Clemente, rappresentata dagli avvocati Dario Vannetiello e Saverio Campana, ha finito per convincere la Suprema Corte  sulla inammissibilità del ricorso proposto dalla Procura, suggellando definitivamente la assoluzione del loro assistito.  
Inoltre, è stato anche dichiarato inammissibile anche il ricorso della Procura Generale, sul quale si erano concentrate le attenzioni   del  nutrito collegio difensivo – composto dagli avvocati Naso, Krogg, De Federicis, Mondello e Fiume, oltre che dai sopracitati Vannetiello e Campana -  con il quale veniva richiesto alla Cassazione di annullare la  decisione sulla esclusione della natura mafiosa  dell’omicidio.
Inizialmente,  l’omicidio fu ritenuto mafioso dal giudice di primo grado e determinò la  condanna all’ergastolo del duo Senese-Pagnozzi, ma la decisione sul punto fu ribaltata dalla Corte di appello la quale ritenne che quello di Giuppeppe Carlino fu un omicidio per vendetta.  Il giudizio di secondo grado    si concluse     con la sostituzione dell’iniziale ergastolo inflitto ai due boss con la pena di  anni 30 di reclusione.
Inoltre, i ricorsi proposti dal nutrito collegio difensivo, seppur hanno superato il vaglio della ammissibilità, sono stati tutti rigettati in quanto la Suprema Corte ha ritenuto inattaccabile la motivazione redatta dal Presidente della Corte di Assise di Appello di Roma, il dott. Giancarlo De Cataldo.  
Le prove di cui disponeva l’accusa erano rappresentate da dichiarazioni di collaboratori di giustizia, riscontrate dagli agganci dei telefoni in uso al commando sulle celle telefoniche del luogo del delitto al momento dell’omicidio.
Ma, soprattutto, la prova che ha avvalorato l’ipotesi accusatoria e che ha finito di chiudere il cerchio è stato il rinvenimento del dna di Pagnozzi  su un fazzoletto trovato  all’interno della auto che fu utilizzata per il delitto.
Da questa prova di natura  scientifica era difficile  difendersi, anche perché riscontrava le parole dei pentiti Riccardi e Carotenuto che indicavano nel Pagnozzi colui che aveva freddato la vittima, dopo aver effettuato degli appostamenti utilizzando proprio quella auto dove fu rinvenuto il fazzoletto che per anni ha costituito oggetto di indagine da parte dei Reparto Investigazioni Scientifiche  di Roma, sino a trovare il dna che ha incastrato Pagnozzi, dopo che per ben otto anni la difesa aveva vittoriosamente fronteggiato la direzione distrettuale antimafia, ottenendo  anche l’annullamento dell’ordinanza di custodia cautelare.
Secondo l’antimafia  l’omicidio di Giuseppe Carlino è stato uno dei primi delitti posti in essere da Pagnozzi nel territorio laziale, colui che  nella nota inchiesta “camorra capitale” è stato soprannominato “occhi di ghiaccio” per la sua fredda determinazione  che lo ha portato ad assumere in breve tempo il ruolo verticistico nell’ambito degli affari illeciti   della città di Roma e del litorale laziale. 

16:46 12/11

di Redazione


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