di Anita Pepe

Mettiamola così: poteva andare meglio. Perché, sui 79 artisti scelti da Ralph Rugoff per la “sua” Biennale – la 58esima della serie - , solo due issano bandiera tricolore: Ludovica Carbotta e Lara Favaretto (una sua opera, nella foto a sinistra). Niente polemiche, per carità. Non è questione di sovranismo, o di orgoglio patrio. Semplicemente la constatazione che, negli anni scorsi, il Paese che ospita la più importante manifestazione d’arte del mondo aveva ricevuto più soddisfazioni, anche dalle parti di Napoli e dintorni. E, se l'Italia è solo una parte di un sistema mondiale, la città partenopea ne è un corpuscolo. Un atomo, però, dove esistono un museo d’arte contemporanea e musei d’arte antica aperti al contemporaneo, collezionisti e gallerie che partecipano – e non da gregarie - a fiere internazionali. Eppure questa primavera le mail e i social hanno battuto pochi colpi, laddove in passato si faceva fatica a smistare inviti e comunicati stampa. Partendo dagli artisti, in ordine sparso nella mostra internazionale la memoria ripesca Perino & Vele, Giulia Piscitelli, Marinella Senatore... Nessuna gioia pure dal Padiglione Italia (quest'anno affidato a Milovan Farronato): a non volersi addentrare nella selva intricatissima del progetto “diffuso” di Vittorio Sgarbi (correva il 2011), due anni dopo il cubo d'oro di Piero Golia (2013) la rappresentanza campana all’Arsenale - complice anche la selezione operata da Vincenzo Trione - nel 2015 aveva surclassato tutti, con Antonio Biasiucci, Nino Longobardi, Mimmo Paladino e Giuseppe Caccavale. E che dire di Roberto Cuoghi, stella della scorsa partecipazione nazionale? Certo, non è nato ai piedi del Vesuvio, ma guarda caso, subito dopo gli applausi in Laguna, veniva a prendersi quelli per la sua prima retrospettiva di metà carriera al Madre. 
Da qui si potrebbe aprire lo sterminato capitolo “artisti legati a Napoli invitati alla Biennale”... ma per comodità ci limiteremo all'edizione attuale. 
Il primo evento è senza dubbio l'omaggio a Jannis Kounellis che Germano Celant cura per la Fondazione Prada a Ca’ Corner della Regina, commovente omaggio ad una delle pietre miliari del Novecento, letteralmente “ancorato” al suolo partenopeo da una lunghissima storia d'amore e lavoro. 
Altro tributo che porta con sé un pezzettino del Golfo è il Leone d'Oro alla carriera a Jimmie Durham, artista, performer, saggista e poeta legato alla città da interessi “sentimentali” (la sua compagna, Maria Thereza Alves, è nei ruoli della Galleria Artiaco) e professionali, sotto l’egida del Madre e della Fondazione Morra Greco. 
Di routine, pur se stavolta “sot”todimensionata”, l'apparizione veneziana di Jan Fabre, replicatosi con il suo “Uomo che misura le nuvole” nel giardino di Palazzo Balbi Valier, ma senza alcun solo-show (troppe le energie profuse tra Capodimonte, il Pio Monte della Misericordia e lo Studio Trisorio?). 
Tra i Padiglioni internazionali, si riescono a tirar fuori due nomi: Eugenio Tibaldi, storico (nonostante l'età) artista della Galleria Umberto di Marino, che nel Padiglione Cuba all'Isola di San Servolo riflette sull'ambiente secondo modalità congeniali alla sua cifra e ai suoi interessi; e Cathy Wilkes, esponente della Gran Bretagna ai Giardini, la cui poetica, tra le più apprezzate dai primi “rumors” dell'anteprima stampa, aveva avuto già modo di svilupparsi nell'arco di tre personali tenutesi tra il 2005 e il 2013 da Raucci/Santamaria. 
Basta così? Certo, ci sono sempre i progetti collaterali, le collettive, insomma tutta la miriade di iniziative sparse tra calli e sestieri, però il bottino del calendario “ufficiale” è alquanto magro. “May You Live In Interesting Times” recita il titolo scelto da Rugoff. “Che tu possa vivere in tempi interessanti”: suona un po’ come un invito a guardarsi attorno e a costruirseli, questi tempi. E, forse, la prossima volta andrà meglio.