Giovedì 15 Novembre 2018 - 12:27

Maratona fra le pagine al Liceo Mazzini

È una vera e propria "Maratona fra le pagine" quella che il Liceo Mazzini, in via Solimena 62, propone per il Maggio dei libri 2017. Martedì dalle 9 alle 13 gli studenti accoglieranno il pubblico in aula magna per presentare e commentare i libri letti nel corso dell'anno La mattinata sarà divisa in due parti: “DiversaMente lib(e)ri” e “A Tu per Tu con Pirandello”. Si comincia alle 9 con “DiversaMente lib(e)ri”: gli studenti della I B presentano i libri del premio Elsa Morante Ragazzi e le idee nate dalle letture intraprese nel corso dell’anno scolastico. Lo scrittore Davide Cerullo e la giornalista Tjuna Notarbartolo, direttrice del Premio Elsa Morante  racconteranno le loro esperienze di scrittura e commenteranno gli interventi dei ragazzi che, in particolare si soffermeranno sui romanzi “Quella notte sono io” di Giovanni Floris, “La mia vita all’ombra del mare” di Simona Dolce, “Il Delfino” di Sergio Bambarén. La seconda parte della giornata prende il via alle 11 con la presentazione di  “A Tu per Tu con Pirandello, racconti e idee di liceali emozionati” (Homo scrivens), un libro, a cura di Armida Parisi, che raccoglie racconti, saggi, graphic novel e riscritture di diversi studenti del liceo. Saranno gli stessi autori a parlarne con gli ospiti: Vincenzo Caputo, ricercatore di Letteratura Italiana all’uUiversità Federico II, e Chiara Tortorelli, scrittrice ed editor di Homo scrivens. "Dopo un intenso lavoro i ragazzi di IV A - scrive la curatrice nella prefazione - hanno partecipato con i loro scritti alla XVI edizione del Colloqui Fiorentini. Il tema del condizionamento sociale che opprime la libertà degli individui, è stato a lungo oggetto di riflessione. In particolare è stato stimolante per i ragazzi ragionare sul fatto che la percezione delle vicende cambia in base alla prospettiva da cui osservano. Hanno così scoperto che la sofferenza dei personaggi pirandelliani nasce dal loro rifiuto di lasciarsi guardare secondo un unico punto di vista, dal rivendicare il diritto a una complessità che la società nega imponendo loro di indossare una maschera. È una sofferenza che, però, smette di essere tale se l’individuo ne diventa consapevole e non rinuncia a quella caratteristica meravigliosa che lo rende uomo: la fantasia. In un volume dedicato a Luigi Pirandello non poteva mancare un riferimento al teatro: ci hanno pensato le studentesse di quinta I con un breve saggio su “Questa sera si recita a soggetto”. Completa l’opera il graphic novel delle studentesse di quarta B, che si sono aggiudicate il Premio Pirandello ad Agrigento, e una riscrittura del primo quaderno di Serafino Gubbio firmata da Francesco Olivieri"

Alba Brundo, Chiara Lubrano, Sara Quagliero, Lucrezia Pisani

 

 

 

 

 

Morte di Danton: è grande spettacolo

La rivoluzione francese al teatro “Politeama” di Napoli

Amicizia, amore e rivoluzione. Questi sono i tre elementi più presenti che mai in “Morte di Danton” di Georg Büchner, tradotto da Anita Raja e diretto da Mario Martone e fino al 7 maggio al teatro “Politeama”, in via Monte di Dio. Tra i trenta attori in scena, anche Paolo Pierobon, nelle vesti di Robespierre, Giuseppe Battiston, con il suo Danton, e Fausto Cabra, che ha interpretato il violento Saint-Just.

Il Terrore, periodo di grande povertà e sacrifici per i francesi, subito dopo la rivoluzione francese, fa da sfondo all’antagonismo tra le due differenti idee di rivoluzione di Danton e di Robespierre. Il primo, deciso a lottare contro la violenza del Terrore, sostiene che la rivoluzione debba diventare strumento per l’emancipazione del popolo; il secondo giudica, invece, necessario mantenere il potere e dominare su tutti. Sarà proprio questo scontro di idee che porterà Robespierre e i suoi a scagliare la gente contro Danton e a condannarlo alla ghigliottina, insieme a tutti i suoi seguaci moderati.

Lo spettacolo, della durata di tre ore e suddiviso in due atti, è animato dalla particolare scenografia, composta da pochi oggetti e sipari rossi che definiscono li diversi ambienti  - la casa di Danton, il tribunale, le strade di Parigi, la prigione - e talvolta seguono il mondo interiore del protagonista, incrementando l'enfasi della scena.

Lunghi monologhi e dialoghi complessi tra i protagonisti rivoluzionari sono intervallati da scene di vita quotidiana nelle strade, spesso svolte tra il pubblico. Sono proprio questi ritmi alti e bassi che catturano l'attenzione dello spettatore nonostante l'opera risulti complessa nei concetti e la vicenda proceda si sviluppi lentamente.

Eccellente l'interpretazione: ogni personaggio ha una propria caratterizzazione, perfettamente in armonia con tutti gli altri.

Malgrado la non eccellente acustica del teatro e l'eccessivo riverbero, soprattutto nelle scene tra il pubblico, i dialoghi risultano comprensibili, pur se difficoltosi da cogliere nelle scene a “fondo palco”.

Altro punto di merito è nei costumi, realizzati da Ursula Patzak e nelle luci di Pasquale Mari che hanno contribuito a realizzare diverse atmosfere, talvolta cupe, come nello studio di Robespierre, talvolta sensuali, come le scene iniziali, e talvolta inquietanti, come nella scena finale, in cui la micidiale ghigliottina diventa protagonista assoluta, nella sua solitudine e nel suo dondolio incessante e angoscioso.

Carla Pisani Massamormile

IV A Liceo Mazzini

 

Eraldo Affinati racconta don Milani

La presentazione del libro “L’uomo del futuro” di Eraldo Affinati, scrittore e professore di lettere che si è interessato alla vita di Don Lorenzo Milani, ha riscontrato grande successo tra gli studenti del liceo Mazzini catturando particolarmente la loro attenzione. Introdotto da Ugo Olivieri, docente di Letteratura italiana all'Università e da Marina Cecchini, docente di Italiano e latino nonché organizzatrice dell'evento, lo scrittore ha affrontato svariati temi tra cui il rapporto studente-insegnante e le sue le avventure nel mondo per conoscere le diverse realtà dei suoi studenti immigrati. Tante le domande dei ragazzi.

Se sostiene che è da evitare il convincersi che Don Lorenzo Milani non sia servito a niente, ma che la società ha preso il suo insegnamento con superficialità, ritiene che la scuola possa ancora portare ad un cambiamento concreto di questa mentalità, o sono necessari altri strumenti?

«Credo che la scuola oggi serva più di ieri. Non basta semplicemente accedere alle informazioni tramite internet. La scuola è il luogo della conoscenza, dà inizio a imprese conoscitive facendo esperienza insieme. La scuola oggi fa una supplenza etica nei confronti della società contemporanea, ma è un lavoro che si deve fare insieme, serve una comunità educativa.”

Perché nel libro usa la seconda persona?

«L’ho utilizzata per conoscere me stesso tramite un viaggio interiore. La prima persona era troppo incentrata su di me, la terza troppo lontana, ho trovato una via di mezza».

Perché è andato in Gambia? I bambini lì hanno più voglia di studiare di noi?

«Mi hanno portato gli occhi di un mio studente quando mi chiese di conoscere la mamma da poco ritrovata. Come facevo a dirgli di no, ho fatto tutte le vaccinazioni necessarie e sono partito. Ho visto tutti bambini attentissimi nonostante le condizioni pessime, senza libri, penne o addirittura senza pavimenti nelle scuole».

Chi è per lei il viaggiatore?

“«l viaggiatore è colui che si mischia alle popolazioni locali, avendo un contatto umano con le persone. Soprattutto c’è una differenza con il turista, che si limita solo a visitare e a fotografare»

Se Don Milani insegnasse nella scuola italiana attuale cosa vorrebbe cambiare?

“Probabilmente cambierebbe la burocrazia ed eliminerebbe i test Invalsi, sostenendo sia sbagliato basarsi su parametri oggettivi. Cercherebbe di coinvolgere Insegnanti e studenti nell’impresa conoscitiva, cambiando il metodo valutativo».

Secondo lei si può agire senza la fede?

«Penso di sì perché la forza di Don Lorenzo Milani ha parlato ai credenti e non. Riusciva a stare sempre in equilibrio tra comunisti e cattolici, pur rimanendo un cristiano profondo, poiché aveva un linguaggio che coinvolgeva tutti».

C’è una differenza tra il rispettare le regole e l’essere obbedienti?

«Come don Milani penso che l’obbedienza non debba essere più una virtù: se si vede che una legge è sbagliata si deve avere la forza di disobbedire alla legge. La scuola ti deve insegnare il senso critico, quindi discutere, capire ed accettare la regola, se questa è giusta»

Da studente lei era un Pierino o un Gianni? Perché ha scelto di insegnare?

«Io sono un Gianni, perché la mia famiglia era povera culturalmente. Anche per questo faccio l’insegnante, per curare una ferita che è anche personale».

Chiara Lubrano

IV A LICEO MAZZINI

Un caffè immerso nell'oro

Avete mai sorseggiato caffè da una tazza decorata con dell’oro? I nobili del ‘700 sicuramente sì soprattutto se napoletani e clienti della Real fabbrica di Capodimonte fondata nel 1741 e chiusa nel 1759. La fabbrica fu la prima ad essere aperta a Napoli da Carlo di Borbone prendendo spunto dallo stabilimento di Meissen, a caratterizzare la porcellana napoletana era la totale assenza del caolino la quale pasta, formata dal feldspato ed altre argille, era maggiormente tenera e dal colore latteo. Molti dei pezzi prodotti sono oggi conservati nel museo di Capodimonte e nel museo Duca di Martina che ha sede all’interno della Villa Floridiana.

La terza sala al secondo piano del museo Duca di Martina è dedicata alla Real fabbrica di Capodimonte. Nelle due vetrine ci sono vari tipi di vasellame, dalle tazze ai vasi. Tutti i pezzi sono pregiati ed ognuno ha la sua storia che racconta le abitudini e i costumi dell’epoca. Anche se difficile da comprendere sappiamo che i nobili usavano queste piccole opere d’arte, decorate da veri e propri pittori, semplicemente per berci caffè o tè.  Nella sala è spiegata, inoltre, attraverso i vari tipi di vasellame anche come lo stile sia cambiato nel tempo. Nella prima teca ci sono capolavori di espressione principalmente orientale, semplici e uniformemente abbelliti e nell’altra invece porcellane di carattere europeo, più sfarzose e appariscenti.

Possiamo immaginare le composizioni piuttosto che in una teca in un mobile di un aristocratico, il quale avendo ospiti in casa decide di mostrare la propria collezione spiegando la storia e le caratteristiche di ogni porcellana. Iniziando con una caffetteria, composta da sei tazze impreziosite con dell’oro e una caffettiera, entrambe di chiaro gusto cinese, perché ornate con dei rametti di fiori di pruno in altorilievo e completamente bianche (nella foto).

Proseguendo, mostrando dei piatti che danno la chiara idea del passaggio dalla forma asiatica alla forma occidentale, passaggio dato dall’ isolamento di alcuni fiori dalla decorazione principale e dall’ uso del chiaro-scuro all’ interno delle foglioline verdi.

Un esempio, invece, di produzione di stile europeo possono essere quattro tazzine adornate con natura morta di strumenti musicali le quali hanno un tratto molto sottile assimilabile a quello delle calcografie e un vaso guarnito con scene di battaglia.

Ogni fine settimana di aprile e maggio in Floridiana ci saranno visite guidate con i ragazzi dell’alternanza scuola-lavoro. Gli studenti del liceo Mazzini vi aspettano sabato 6 maggio dalle 9 alle 13 e sabato 20 maggio dalle 14 alle 18.

RAFFAELE PEREZ

IVA LICEO MAZZINI

Placido de Sangro, un collezionista di razza

Vi siete mai chiesti a chi appartenga l’intera collezione di ceramiche all’interno della Villa Floridiana?

Placido de Sangro, Duca di Martina, invita a visitare la sua splendida raccolta di porcellane, che ha collezionato in giro per il mondo.

Secondogenito di Riccardo e Maria Caracciolo, strettamente legati alla corte borbonica, il Duca era un uomo estremamente facoltoso che, durante il suo rifugio a Parigi nel corso dell’Unità d’Italia, comincia ad acquistare oggetti di enorme valore. Successivamente, tornato nella sua residenza napoletana di piazza Nilo fa trasportare tutti i suoi oggetti collezionati con sé: Placido aveva un vero e proprio museo privato in casa.

Appassionato d’arte e amante del bello, il ricco Duca acquistava oggetti definiti di “arti applicate”.

Queste due parole definiscono totalmente l’intera concezione della collezione di Placido de Sangro, tutti gli oggetti presenti nelle vetrine da esposizione sono di un enorme valore artistico, culturale e monetario, ma sono prima di tutto oggetti di uso quotidiano, improntati all’uso di tutti i giorni. Oggetti come piatti, bicchieri, posate, salsiere senza mancare i vasi da notte.

Opere d’arte che non rientravano nella cerchia delle “arti maggiori”: pittura, scultura e architettura, venivano pertanto definite “arti minori” siccome non erano figlie di un genio superiore, ma solo della semplice manualità dell’artigiano; differenza che con l’andar del tempo andrà ad affievolirsi fino a scomparire del tutto.

Naturalmente non mancano opere destinate a mettere in risalto il proprio ceto elevato, come bastoni intarsiati con avori o metalli preziosi, scatolette piene di nei finti da usare nelle occasioni importanti e altre galanterie, stavano continuamente a simboleggiare lo “status” di quei tempi, tipi di oggetti che rappresentavano le mode dell’epoca.

La storia del Duca di Martina però non è stata sempre col vento in poppa. Nel 1881 scomparso prematuramente il suo unico figlio, l’intera collezione passò nelle mani dell’omonimo nipote, Conte dei Marsi. Quest’ultimo, sotto forte spinta della moglie, regalò nel 1911 l’intera collezione alla città di Napoli, che decise di posizionarla all’interno della Villa Floridiana, dove si trova tutt’oggi.

Non c’è quindi nessun rapporto storico o familiare che colleghi Lucia Migliaccio, duchessa di Floridia e proprietaria della Villa Floridiana con Placido de Sangro. Le due bellezze, architettoniche e collezionistiche, si sono fortunatamente incontrate in uno scenario altrettanto splendido.

Un’occasione per immergersi completamente nel mondo borbonico, fatto di arte e bellezza senza eccessi sfarzosi. Lasciamo al visitatore il gusto di immaginare come sarebbe stato vivere una quotidianità immersa nella bellezza.

I ragazzi dell’alternanza scuola lavoro, provenienti da sei scuole differenti, saranno nella Villa Floridiana per tutto il mese di aprile e maggio, ad accogliere chiunque sia desideroso di cultura e arte appartenuti al mondo napoletano.

Claudio Catalano

IV A LICEO MAZZINI

Quando Sua Altezza aveva un'attività clandestina

Può una manifattura reale essere clandestina? Ebbene sì, la Real Fabbrica Ferdinandea per i suoi primi due anni fu completamente illegale, re Ferdinando IV infatti ordinò ai suoi alchimisti di iniziare esperimenti sulla porcellana per ritrovare tutti i componenti della formula segreta contro il consenso del suo tutore, il ministro Tanucci e di suo padre, Carlo I di Spagna, il quale voleva tenere per sé il segreto.
La fabbrica venne aperta pubblicamente solo due anni dopo l’inizio di questi esperimenti, quando Tanucci, scoperta la mancanza di fondi dalla Manifattura Reale d’Armi, spesi per finanziare le ricerche sulla porcellana, le rese pubbliche dando modo al re di poter finalmente iniziare la sua produzione in locali a ridosso del Palazzo Reale di Napoli, con profondo rammarico del tutore per aver fallito nel suo compito di non permettere mai l’apertura di una nuova Manifattura.
Due delle più importanti produzione della Real Fabbrica Ferdinandea sono il “Servizio dell’oca” e il “Servizio da caffè portatile” (nella foto). Il primo, chiamato anche “Servizio reale” essendo utilizzato durante le cerimonie della corte partenopea, è conservato al Museo di Capodimonte ed è formato da più di quattrocento pezzi ognuno decorato con vedute diverse del Regno di Napoli. Il Museo Duca di Martina però vanta il privilegio di conservare uno dei rinfrescabiccheri di questa produzione, ovvero quello decorato con le splendide vedute della villa reale, della riviera di Chiaia e della punta di Mergellina. Questo rinfrescatoio ci sembra molto lontano nel tempo, ma è sorprendete scoprire come invece sia molto vicino a noi, infatti ha proprio la stessa funzione del nostro portaghiaccio, tanto che, i bicchieri poggiati tra i pomelli e le colombe, anch’esse curate nei minimi dettagli come le vedute, erano rinfrescati dal ghiaccio contenuto nella parte concava e a loro volta raffreddavano la bevanda contenuta.
Il “Servizio da caffè portatile” invece ci fa subito pensare ad un consuetudine che abbiamo ancora, come noi oggi siamo soliti portarci dietro il cestino con tutto l’occorrente quando andiamo a fare un pic-nic, alla fine del '700 l'aristocrazia era solita portarsi dietro proprio questi servizi quando si riuniva nei giardini o nei parchi per una colazione sull'erba. È molto interessante anche notare come la cultura possa influenzare la produzione delle manifatture, difatti possiamo notare l’influenza della cultura egizia, derivata da un tempio di Iside ritrovato durante gli scavi di Pompei, nel beccuccio a forma di testa di bue della caffettiera, nel volto di uomo egizio nella parte rivolta verso l’ansa, o il coperchio a forma di cobra ci fanno notare come fu apprezzata la riscoperta di questo antico mondo. Ma siamo anche in grado di capire la cultura di quel tempo attraverso questa produzione, infatti  la “Cerimonia del caffè” insieme a quella della cioccolata e del tè ci suggeriscono che ci troviamo nel periodo in cui i borghesi rifiutano la divisione tra le classi sociali ed imitano lo stile di vita dei nobili per innalzarsi al loro livello, e l’esempio più evidente è proprio la riproposizione delle riunioni, che i nobili avevano con il Re a Palazzo, nei salotti delle case borghesi con l’ausilio di queste tre bevande.
Il Museo Duca di Martina ospiterà i ragazzi di sei scuole napoletane che faranno gratuitamente da ciceroni, per i loro progetti di Alternanza Scuola-Lavoro, tutti i weekend fino a fine Maggio, escluso il weekend pasquale. In particolare i ragazzi del Mazzini ci saranno il 6 maggio dalle  9 alle 13 ed il  20 maggio dalle  14 alle  18.

Anthony Sinagra

IV A Liceo Mazzini

La Floridiana, la villa che ha il nome della moglie del re

 

La Villa Floridiana è per i vomeresi il luogo in cui si è cresciuti. Da bambini ci si andava a giocare con la palla, da ragazzi ci si andava con gli amici o con i primi amori, ma quasi nessuno la conosce davvero, a cominciare dal nome. Si chiamava così poiché era che la residenza estiva di Lucia Migliaccio, duchessa di Floridia, seconda moglie di Ferdinando I di Borbone. Lucia Migliaccio una giovane donna molto intrigante e affascinante, vedova del Principe Benedetto Grifeo di Partanna (da cui prendono il nome palazzo Partanna e parco Grifeo, a Napoli), conobbe Ferdinando, una ventina di anni più grande di lei, quando quest'ultimo esiliò in Sicilia. Nonostante egli fosse sposato, fu travolto da questo amore  imprevisto e irrefrenabile. Alla morte della prima moglie Maria Carolina D’Austria, i due amanti si sposarono. Furono nozze morganatiche. Lucia rinunciando ai diritti di successione dimostrò così quanto il suo unico interesse fosse l’amore per il re Borbone. L'ampio complesso, prima esteso fino a villa Lucia, sospesa tra il Vomero e corso Vittorio Emanuele, e ora limitato al quartiere vomerese, nasce come una tenuta di caccia. Ferdinando l'acquistò nel 1817, dagli eredi del ministro della polizia Cristoforo Saliceti per destinarla, insieme ad un appartamento a palazzo reale e palazzo Partanna (piazza dei Martiri), alla giovane amata. Giardini all’inglese, viali sinuosi, diversi elementi architettonici disposti casualmente, una palazzina in stile neoclassico e un panorama mozzafiato sono le caratteristiche su cui ha lavorato al tempo l’architetto Antonio Niccolini, incaricato dal re Borbone. Dopo la morte dei due amanti la villa è passata nelle mani di molti proprietari, ma, coincidenza vuole che nessuno di essi l’abbia posseduta per più di 10 anni colpito dalla morte, come successo alla stessa Lucia nel 1826. Attualmente è proprietà dello Stato Italiano il quale, acquistandola nel 1919 col diritto di prelazione, ha investito sulla riorganizzazione della palazzina per farne un museo contenente collezioni di porcellane del 700.

La villa Floridiana: una villa ricca di storia, mista a sentimenti, quali l’amore, e alla bellezza del paesaggio. Un luogo dove regna la serenità, ideale per una giornata di sole, dove poter scegliere di rilassarsi su un prato, ammirare il magnifico panorama o andare indietro nel tempo fino al 700 girovagando tra le porcellane dell’epoca.

Federica Riccio

IV A

Liceo Mazzini

Un servizio da tavola come souvenir

Si distingue per originalità e bellezza il servizio da tavola "Giuoco souvenir "del Regno delle Due Sicilie, che mette in primo piano Napoli e il suo stupendo paesaggio, che affascinava i visitatori.                                                                                        

Il 'gioco' giunto a noi completo in ogni suo pezzo è l'emblema di come l'influenza divulgativa delle 'figure pompeiane' possa piacevolmente sposarsi con il vedutismo. Gli aristocratici del '700 e dell'800 compivano un viaggio, detto ‘Grand Tour’, nel quale visitavano le città più belle d’Europa, tra cui anche Napoli, non solo per la sua bellezza artistica, ma anche per un elemento caratterizzante, il Vesuvio, che era attivo e regalava immagini spettacolari.

Le figurazioni vengono composte per valorizzare la sagoma del vasellame: è il caso del piatto grande sulla cui tesa sono disposta a raggiera  8 "Muse" provenienti da Pompei. Sulla coppa pertinente è miniato un corteo di 7 "menadi danzanti" trascritte dagli affreschi del triclinio della cosiddetta Villa di Cicerone a Pompei.

Il decoro ritorna sulla zuccheriera cilindrica e presenta, sulle pareti in oro, le riserve occupate da 3 figure assise con cetra, delle quali si è riconosciuto l'"Apollo Musagete" e l'Apollo tratto dall'affresco con Apollo e Marsia.

Il coperchio della zuccheriera è sormontato da una pantera dorata, che oltre ad essere un richiamo della cultura Egizia, funge da pomello. La pantera sormonta anche il coperchio della teiera (nella foto), colorata in violetto, con ampie riserve rettangolari, profilate in oro, che accolgono due vedute, un Notturno con eruzione del Vesuvio e una Veduta del Vesuvio durante un'esplosione di pomici, con in primo piano la processione di una confraternita.

Le 4 tazzine a bowl con piattini sono esemplificative del decoro a figure antiche e paesaggi che investe le dodici tazze del servizio. Sulla tazza, e relativo piattino sono proposte due calcografie intervallate da motivi decorativi in oro e rosso scuro; lo stesso modulo compositivo struttura la decorazione miniata sull'altra tazza, dove sono ritrattate le "Menadi distese" e sul relativo piattino la centauressa con vignetta femminile in groppa,  il centauro ed ermafrodito con tirso e cetra e la centauressa con cetra ed ermafrodito con cembali.

L'altra tazzina, in smalto rosa, ha risparmi per 3 vedute: il tempio di Venere a Baia, il tempio di Diana a Baia, il tempio di Pesto; sul piattino è raffigurato il tempio di Giove Serapide a Pozzuoli.   

Particolare è il piattino con motivi dorati e rosati, dove è raffigurato Largo di Palazzo, l’attuale Piazza Plebiscito, infatti è rappresentato, sulla destra, il Palazzo Reale, mentre in alto a sinistra si scorge la collina di San Martino sormontata dal Castel Sant’Elmo.

Per ultima, ma non per importanza, è presente la scultura di Filippo Tagliolini, scultore e ceramista italiano, intitolata ‘Ratto d’Europa’ che riprende un episodio della mitologia greca: Zeus conquista e rapisce la principessa Europa tramutandosi in un toro bianco, portandola con sé a Creta e con la quale generò tre figli.                       

Gli studenti del Liceo Mazzini, impegnati nel progetto Scuola-Lavoro, saranno al Museo Duca di Martina,  il 6 maggio dalle 9 alle 13 e il 20 maggio dalle 14 alle 18. Vale davvero la pena andarci: si rimane estasiati con pezzi più pregiati della collezione del Duca di Martina.      

Luca Piacente

IVA Lice Mazzini             

Un look giovane per il museo della Floridiana

Uno scorcio di fiaba nella realtà, un contenitore del passato artistico europeo, cinese e giapponese, questo è oggi il museo Duca di Martina, anche se non è sempre stato così. Infatti, l’attuale aspetto del museo è il risultato di numerosi studi e modifiche da parte dei curatori.

L’attuale allestimento deve la sua esistenza alla direttrice Luisa Ambrosio (nella foto) che ha incentrato la sua attenzione sul ricreare l’atmosfera di una villa nobiliare dei primi dell’800, collocando in maniera “strategica” le opere della collezione di de Sangro, rendendo le sale e gli spazi molto larghi ed offrendo vedute mozzafiato sul parco e su Napoli.

Il primo allestimento di questo museo fu organizzato da Carlo Giovene di Girasole uno fra i più illustri museologi (branca di studiosi che si occupa di studiare un allestimento ed una disposizione per i musei) d’ Italia e nel mondo.

Di Girasole credeva che il museo doveva distaccarsi dalla sua forma originaria di raduno per la sola elitè della società,  la quale poteva dedicarsi all’arte non essendo obbligata a lavorare, decidendo di espandere il concetto di museo alle persone comuni dando al museo anche una funzione  didattica.

Il suo allestimento però fu completamente abbandonato con la II Guerra Mondiale, dato che per proteggere i pezzi della collezione gli amministratori furono costretti a nasconderla dai bombardamenti americani nei sotterranei.

Seguì l’allestimento di Molajoli che decise nel ’45 di occuparsi del restauro della Villa, del museo Correale e del museo di Capodimonte riconoscendo loro un importantissimo valore storico e culturale.

Questo susseguirsi continuo di allestimenti sta ad indicare che il museo non è un complesso statico, bensì, è in continuo mutamento in rapporto al passare dei tempi ed è un altro motivo per cui visitare il museo Duca di Martina i giorni 6 Maggio e il  20 Maggio del 2017 dove i visitatori saranno accompagnati dagli alunni del liceo Giuseppe Mazzini.

Salvatore Russo

Liceo Mazzini

IV A

ragainstage@ilroma.net

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