Giovedì 15 Novembre 2018 - 10:29

Giuseppe Gricci: l’eleganza aristocratica e lo spirito del quotidiano.

Si chiamano “Gridi” ma non gridano. Sono le voci di Napoli,  piccole sculture che erano vendute su vere e proprie bancarelle nel ’700 a Largo di Palazzo, attuale piazza del Plebiscito. I venditori urlavano a gran voce per rapire l’attenzione dei clienti.

Determinante per la svolta di questa nuova produzione, fu l’apertura di una bottega di vendita e l’organizzazione di una fiera che aveva sede proprio di fronte al Palazzo Reale nei mesi estivi.

Per chi volesse aver chiara visione dell’estro compositivo del modellatore Giuseppe Gricci, il modellato della Dichiarazione e le plastiche dei Gridi o “Voci di Napoli” conservate adesso nel Museo Duca di Martina; ne sono un significativo esempio.

Nella Dichiarazione sono ritratti due popolani colti in intimo colloquio, di cui il giovane, che si sporge da un plinto con specchiature a marmi mischi, sembra interrompere la fanciulla intenta in un lavoro prettamente femminile. Estremamente curati i dettagli degli abiti che rimandano allo status dei protagonisti, per cui il cicisbeo indossa una marsina abbinata ad uno strano cappello frigio mentre la ragazza ha il grembiule a protezione dell’abito da sera.

Sempre per rimanere nell’ambito di modellati, che hanno come soggetto giovani coppie, è possibile ammirare “il Minuetto” con cui il Gricci si discosta dalla più usuale produzione sia per il panneggio a pieghe lunghe nonché per la raffigurazione di visi dai tratti arguti e ben delineati. I due giovani si tengono allacciati per la vita e incedono con passo di danza e mentre la donna solleva il grembiule e inclina il busto all’indietro, il giovane le sorride.

Di più discussa interpretazione è invece il gruppo plastico composto da tre pezzi, base rocciosa, il guerriero in elegante armatura e l’urna bianca con panoplie d’armi scolpite a bassorilievo, ispirato al III canto della Gerusalemme Liberata di Tasso, e in particolare all’episodio di Goffredo di Buglione che rende omaggio alla tomba del compianto Dudone. La statuina affascina il visitatore per la cura dei dettagli e la raffinata cromia di una porcellana dipinta e dorata di cui se ne attribuisce con certezza la produzione al Gricci, per somiglianze espressive tra il nostro guerriero e l’altrettanto famosa Madonna della Pietà.

Per ammirare da vicino questi pezzi unici, tutti i sabati e domeniche di aprile e maggio, al Museo Duca di Martina, gli studenti impegnati nel progetto scuola lavoro faranno da ciceroni ai visitatori, in particolare troverete gli allievidel Liceo Mazzini il 6 maggio dalle ore 9 alle 13 e 20 maggio dalle ore 14 alle 18.

Benedetta Pugliese

IV A Liceo Mazzini

Placido de Sangro, un collezionista di razza

Vi siete mai chiesti a chi appartenga l’intera collezione di ceramiche all’interno della Villa Floridiana?

Placido de Sangro, Duca di Martina, invita a visitare la sua splendida raccolta di porcellane, che ha collezionato in giro per il mondo.

Secondogenito di Riccardo e Maria Caracciolo, strettamente legati alla corte borbonica, il duca era un uomo estremamente facoltoso che, durante il suo rifugio a Parigi nel corso dell’Unità d’Italia, comincia ad acquistare oggetti di enorme valore. Successivamente, tornato nella sua residenza napoletana di piazza Nilo fa trasportare tutti i suoi oggetti collezionati con sé: Placido aveva un vero e proprio museo privato in casa.

Appassionato d’arte e amante del bello, il ricco Duca acquistava oggetti definiti di “arti applicate”.

Queste due parole definiscono totalmente l’intera concezione della collezione di Placido de Sangro, tutti gli oggetti presenti nelle vetrine da esposizione sono di un enorme valore artistico e culturale, ma sono prima di tutto oggetti di uso quotidiano, improntati all’uso di tutti i giorni. Oggetti come piatti, bicchieri, posate, salsiere senza mancare i vasi da notte.

Opere d’arte che non rientravano nella cerchia delle “arti maggiori”: pittura, scultura e architettura, venivano pertanto definite “arti minori” siccome non erano figlie di un genio superiore, ma solo della semplice manualità dell’artigiano; differenza che con l’andar del tempo andrà ad affievolirsi fino a scomparire del tutto.

Naturalmente non mancano opere destinate a mettere in risalto il proprio ceto elevato, come bastoni intarsiati con avori o metalli preziosi, scatolette piene di nei finti da usare nelle occasioni importanti e altre galanterie, stavano continuamente a simboleggiare lo “status” di quei tempi, tipi di oggetti che rappresentavano le mode dell’epoca.

La storia del Duca di Martina però non è stata sempre col vento in poppa. Nel 1881, scomparso prematuramente il suo unico figlio, l’intera collezione passò nelle mani dell’omonimo nipote, Conte dei Marsi. Quest’ultimo, sotto forte spinta della moglie, regalò nel 1911 l’intera collezione alla città di Napoli, che decise di collocarla all’interno della Villa Floridiana, dove si trova tutt’oggi.

Non c’è quindi nessun rapporto storico o familiare che colleghi Lucia Migliaccio, duchessa di Floridia e proprietaria della Villa Floridiana con Placido de Sangro. Le due bellezze, architettoniche e collezionistiche, si sono fortunatamente incontrate in uno scenario altrettanto splendido.

Un’occasione per immergersi completamente nel mondo antico fatto di arte e bellezza. Al visitatore resta il gusto di immaginare come sarebbe stato vivere una quotidianità immersa nella bellezza.

Gli studenti di sei licei napoletani, impegnati nell’alternanza scuola lavoro, provenienti da sei scuole differenti, saranno al Museo Duca di Martina  per tutto il mese di aprile e maggio, ad accogliere e a guidare il pubblico tra i suoi tesori.

Claudio Catalano

IV A Liceo Mazzini

Quando gli europei capirono di che pasta era fatta la porcellana

Per secoli ha rappresentato un inarrivabile oggetto del desiderio: la porcellana era considerata dagli europei più che un materiale prezioso perché non riuscivano a fabbricarla. Arrivava dalla  Cina e dal Giappone c'era una industria fiorente e remuneratissima. Sin dal tredicesimo secolo, grazie alle carovane di mercanti, arrivavano in europa splendidi vasi decorati, piatti traslucidi e tazze di ogni foggia ma nessuno riusciva a strappare agli orientali il segreto dell'impasto di cui era composta. Nel corso dei secoli, in molti cercarono di scoprirlo senza però mai riuscirci; l’unico fu il re di Polonia ed elettore di Sassonia Augusto il Forte, noto collezionista, che aveva intuito che la porcellana rappresentava un vero e proprio business che avrebbe arricchito notevolmente le sue casse. La svolta decisiva si ebbe con le ricerche di un alchimista, Johann Friederich Bottger. Egli già da tempo faceva esperimenti nel disperato tentativo di riprodurre il miracolo orientale, ma gli iniziavano a mancare i fondi e gli strumenti.

Le voci sulle sue sperimentazioni arrivarono fino a re Augusto, che decise di cogliere l’occasione prendendolo alle sue dipendenze. Siamo nel 1709, viene prodotta una prima forma di porcellana utilizzando il caolino e il feldspato come base dell’impasto (la cosiddetta porcellana a pasta dura). Pertanto, si decreta l’immediata creazione ed apertura di una fabbrica di porcellana, stabilendone l’ubicazione nella città di Meissen (è il 1710).

Le decorazioni più usate erano quelle orientali, in particolare floreali: fiori cinesi, elementi esotici giapponesi, fiori indiani, che si basavano sull’uso di colori sgargianti e vividi, ma col tempo finirono in disuso, rimpiazzate da una nuova decorazione: i fiori tedeschi.

Ma lo stile di Meissen continuò ad arricchirsi grazie a decorazioni naturalistiche e all’influenza di altri paesi (Francia soprattutto) e delle diverse correnti (rococò, neoclassicismo, romanticismo); il tutto però sempre mantenendo una propria identità e rilevanza, che l’hanno resa un vero monumento a testimonianza della storia della porcellana europea.

Gli oggetti in porcellana collegati alla manifattura di Meissen sono sempre visitabili al Museo Duca di Martina, dove ci sarà anche l’opportunità di usufruire del servizio di guida dei ragazzi dell’alternanza scuola-lavoro di sei diverse scuole, che si possono trovare tutti i sabati e le domeniche di Aprile e Maggio. In particolare, gli studenti del Mazzini saranno a disposizione il 6 maggio dalle 9 alle 13 ed il 20 maggio dalle 14 alle 18.

Giorgio Mangiaracina

IV A Liceo Mazzini

Il Settecento in una sala

Il '700 in una sala.  Dove?  Al museo duca di Martina.

Potrete spaziare dall’Austria alla Germania, passando per la Francia per poi tornare in Italia. Per viaggiare per l’Europa attraverso i secoli, non servirà la macchina del tempo, bensì, basterà varcare la soglia del Museo duca di Martina.

Aggiungiamo un posto a tavola. E dove se non a Parigi, con un servizio di porcellana in stile impero? Ebbene sì, siete mai stati al fianco di un parigino del XIX secolo? Il centro del mondo xhw ormai si è allontanato dallo sfarzoso stile barocco e rococò, rimanendo impeccabile anche con decorazioni limitate e soprattutto sobrie.  L’essenzialità del servizio è data dalla forma pulita dei pezzi, dal decoro dei bordi in oro zecchino e dalla spiccata presenza di verde.

Quando arriva la notte si accendono le candele sorrette dal lampadario della manifattura di Meissen.  Con il bronzo non manca la presenza ed i decori della porcellana. Prima manifattura aperta in Europa nel 1708 con Augusto il Forte, imperatore di Sassonia, dopo secoli di intenti per scoprire il composto della porcellana, mantenuta segreta sin dal primo arrivo in Europa nel ‘200.

Al mattino ci si fa belli grazie alla specchiera di manifattura viennese, che arredava le nobili dimore e dove ci si specchiavano dame e cavalieri. Questa porcellana è detta ad impasto “duro”, ovvero con presenza di caolino, per questo la vediamo più dura e soprattutto i cromatismi sono più forti, rispetto alla napoletana, dove il colore si adatta al diverso impasto e quindi i toni sono più tenui.

Più che importante, questa specchiera, proveniente dalla Real Fabbrica di Capodimonte , la prima manifattura napoletana, sotto il Re di Napoli Carlo III di Borbone,  è l’emblema della porcellana “tenera”, più lattea e cremosa rispetto alla porcellana prodotta i nord Europa.

Pronti ad uscire per un giro in carrozza composta dai pannelli in legno su fondo oro dipinti da Filippo Falciatore, pittore napoletano del ‘700, che adotta lo stile rococò; con lui la pittura diventa arte applicata, così come la porcellana, al fine dell’utilizzo quotidiano.

Ogni fine settimana di aprile e maggio gli studenti impegnati nell’alternanza scuola-lavoro  guideranno gratuitamente i visitatori tra i tesori del museo. In particolare, i ragazzi del liceo Giuseppe Mazzini il 6 maggio, dalle 9 alle 13,  e 20 maggio, dalle 14 alle 18.

Sara Virnicchi

IV A Liceo Mazzini

 

 

È la tazza più sexy del mondo

Una tazza così sexy, di certo non si vede frequentemente. Chi non vorrebbe ritornare a bere del buon latte caldo direttamente dal seno materno? A realizzare questo sogno erotico ci pensarono gli artigiani francesi del XVIII secolo quando modellarono la tazza a forma di seno, con tanto di capezzolo, che è conservata al Museo duca di Martina a Napoli nella Villa Floridiana.

Era stata proprio la regina Maria Antonietta, la moglie di Luigi XVI, qualche anno prima di finire sulla ghigliottina,   a chiedere la produzione di questo prestigioso servizio realizzato dalla manifattura di Sévres nel 1789  e destinato alla sua latteria di Rambouillet. A quel tempo infatti, era quasi un vezzo quotidiano dei nobili, fare finta di essere giovani contadini e, tornare alla vita rurale. Proprio nella latteria si riunivano i nobili, dove improvvisavano rapide mungiture di capre e, in queste tazze bevevano direttamente il latte appena raccolto. Fortunatamente, il museo Duca di Martina è tra i pochi musei di tutto il mondo che conserva ancora uno di questi pezzi. Dei 65 che facevano parte del servizio originale, solo 17 ce ne sono pervenuti perché vennero realizzati a più riprese e gli ultimi non furono acquistati dalla Corona a causa della rivoluzione in atto cosicché, per ammortizzare i costi della produzione, la manifattura fu costretta a venderli a privati. Testimone del cosiddetto gusto all'etrusca, il servizio fu realizzato su disegni del capo modellatore Louis-Simon Boizeaut che si era ispirato direttamente dalle ceramiche antiche collezionate da Vivant Denon. Questo nuovo stile identificato come "neo-classico" rimanda proprio all'antico, ai modelli greci ed etruschi. La nostra coppa è infatti ispirata al "mastòs", un tipo di tazza  prodotta ad Atene alla fine del 500 a.C.  la cui forma simile a quella di un seno femminile, rimanda ai piaceri erotici del simposio. Sicuramente allusiva anche alla funzione lattante del seno materno, la leggenda vorrebbe che questa coppa fosse stata modellata sul seno stesso della regina e potrebbe celebrare la quarta ed ultima maternità di quest’ultima. La decorazione pittorica fu affidata a Jean-Jacques Legrennet. Cosa anomala per la manifattura di Sévres che fino ad allora deteneva il monopolio reale della doratura su porcellana, la Jatte-téton, non ha dorature ed è colorata su fondo bianco, circoscritta da alcune fasce di un colore rosa arancio, classificabile come etrusco e, che rimanda così proprio all’antico.

Questo e tanti altri pezzi interessanti al Museo Duca di Martina, dove tutti i fine settimana di aprile e maggio i visitatori potranno usufruire dei percorsi guidati dagli studenti impegnati nel progetto di alternanza scuola-lavoro.  Il 6 maggio dalle 9 alle 13 e il 20 maggio dalle 14 alle 18 ci saranno i ragazzi del Liceo Mazzini.

Leonardo Muratori

Liceo Mazzini

Liceo Mazzini

Lucia Migliaccio, padrona di casa e sposa del re

Nella splendida Villa Floridiana, al Vomero, un museo insolito o forse unico nel suo genere, offre visite guidate ‘speciali’ ai suoi visitatori. Gli studenti di sei licei napoletanisono le guide d’eccezione che tutti i weekend fino a maggio accompagnano napoletani e turisti attraverso la storia del luogo e del patrimonio artistico del Museo Nazionale della ceramica Duca di Martina. Al termine di un lungo percorso di scuola/lavoro, svolto sotto la guida dei funzionari del museo e dei professori del Liceo, le giovanissime guide hanno approfondito temi relativi non solo alla storia della villa e di Lucia Migliaccio, seconda moglie di Re Ferdinando I di Borbone, che la abitò, ma anche alla storia architettonica di questo importante sito borbonico, alla storia delle arti e delle tecniche della ceramica, alla storia di Placido De Sangro duca di Martina e alla sua collezione che costituì il primo nucleo del Museo, fino alle tecniche di esposizione museale e alle tecniche di comunicazione. Un ricco bagaglio di studio e di nuove esperienze che gli studenti mettono a disposizione dei visitatori con freschezza ed entusiasmo. Ciascuno in una diversa sala del museo accoglie il turista aiutandolo a immergersi in un’epoca lontana per apprezzare meglio la magia del luogo.

All’ingresso, il grande quadro di Lucia Migliaccio (nella foto), la padrona di casa, dà il benvenuto ai visitatori. È un pezzo unico dell'artista Vincenzo Camuccini, il pittore che aveva realizzato importanti quadri per Napoleone Bonaparte e Papa Pio VIII. Ed eccola lì, l'imponente figura della duchessa di Floridia, in tutta la semplicità che caratterizza la tipica donna mediterranea che era; Lucia Migliaccio infatti viene ritratta con uno sguardo di totale serenità che accenna quasi un sorriso, e soprattutto senza gioielli, se non quello che forse era per lei il gioiello più grande: un piccolo ritratto del suo grande amore, Ferdinando I di Borbone,  proprio a testimonianza del loro puro legame. Camuccini riesce con grande maestria  ad unire lo stile neoclassico, severo e antico, alla bellezza solare e semplice della duchessa. La giovane donna viene raffigurata seduta su una poltrona in linea con la moda francese del tempo, decorata con due grandi sfingi dorate nei braccioli, con un elegante abito stile impero, a gambe incrociate, con   i capelli raccolti sulla  nuca e in testa  un cappello abbellito da una lunga piuma. Sullo sfondo, a destra, si intravede una scultura neoclassica inscritta in una nicchia e accanto un’idria di terracotta con fiori. Infine la particolarità si trova nella posa assunta dalla duchessa,  proprio da matrona romana, tipica negli affreschi dell'antica Roma ritrovati con l'avvio degli scavi di Ercolano e di Pompei avvenuti in quegli anni.

Il museo nazionale della ceramica e delle arti applicate Duca di Martina è un piccolo gioiello situato nel cuore del Vomero, venite a scoprirlo nei week-end fino alla fine di maggio, tranne quello di Pasqua, con la guida singolare dei ragazzi dei licei di Napoli; in particolare nei giorni 6 maggio dalle ore 9 alle 13 e  20 maggio dalle ore 14 alle 18 con i ragazzi della IV A del liceo Mazzini.

Alba Brundo

Liceo Mazzini - Napoli

Quando Pompei ed Ercolano rivivevano a tavola

Sulla tavola del re non può mancare un servizio degno di lui. La trasparenza della porcellana, l’eleganza delle linee, la cura per ogni dettaglio, sono alla base del “Servizio sulle Antichità” conservato in buona parte nel Museo Duca di Martina, in Floridiana. Sono più di 263 pezzi, tra piatti, zuppiere, tazzine e centrotavola, e veniva usato per le sfarzosissime cene aristocratiche.

L’intera produzione è ispirata a uno dei nostri patrimoni culturali, il ritrovamento di Pompei ed Ercolano. Tutti i dipinti ritrovati sono stati riportati su ogni singolo piatto.

A chi non piacerebbe mangiare in vere e proprie opere d’arte?

Sul vasellame da corredo sono stati riportati affreschi ritrovati nel triclinio della Villa di Cicerone a Pompei. Sulle pareti esterne delle geliere si snodano le “Menadi danzanti”, sui corpi dei rinfrescabottiglie troviamo “la Centauressa e l’ermafrodito con tirso e cedra”. Le miniature sui rinfrescabicchieri sono tratte dal “Corteo della Menadi e il satiro”.

Una particolarità sono le tazzine da caffè, le quali sono dotate di coperchio. A Napoli, il caffè è sempre stato una bevanda pregiata, l’aroma che emanava divenne come una droga per i partenopei, e per evitare che si perdesse nell’aria, idearono questo stratagemma. Lo fecero anche con le tazze per la cioccolata calda, le quali si distinguono da queste perché sono dotate di doppia ansa.

Sette piatti in particolare richiamano l’attenzione di chi ha l’occhio esperto, perché ispirati a modelli del tutto diversi: tre di questi rappresentano la “Virtù”, la “Voluttà” e l’ “Ercole” della tela di Carracci “L’Ercole al bivio”, realizzata per il camerino dell’Ercole di Palazzo Farnese; gli altri quattro sono sempre ispirati a opere farnesiane, ma in questo caso della ricchissima collezione di statuaria classica.

Questo inimitabile servizio è pieno di sorprese, dato che non si limitava solo ad essere destinato a tavole eleganti, ma i turisti più raffinati comperavano alcuni piatti come souvenir.

Per poter ammirare questo e molto altro, ogni weekend di aprile e maggio gli studenti impegnati nell’Alternanza Scuola Lavoro faranno da guida ai visitatori. In particolare,  il 6 maggio dalle 9 alle 13 e il 20 maggio dalle 14 alle 18, ci saranno i ragazzi del Liceo Giuseppe Mazzini.

Roberta Sensenhauser

Liceo Mazzini Napoli

La Real fabbrica di Capodimonte, il sogno di re Carlo

di Carla Pisani Massamormile

Napoli capitale:  è il sogno di Carlo di Borbone (nel ritratto) quando arriva in città dopo quasi due secoli di viceregno spagnolo. È il 1734 e il re comincia a darsi da fare: il teatro San Carlo, l’Albergo dei Poveri, la reggia di Capodimonte, il Largo Carolino, il Real Passeggio di Chiaia.

Ma qualcosa di altrettanto grande è stato fatto e distrutto dallo stesso re in appena quindici anni. E’ la Real Fabbrica di Capodimonte fondata da Sua Maestà per produrre oggetti di porcellana.

Si era appassionato per questo materiale, così resistente e fragile al tempo stesso, dopo il matrimonio con Maria Amalia di Sassonia, che porta in dote a Napoli una ricca collezione di oggetti di porcellana. Provenivano da Meissen, dove suo nonno, Augusto il Forte, aveva installato la prima fabbrica di porcellana in Europa. Però si guardava bene dal rivelarne il segreto. Diventa, così, una sfida per Carlo: trovare la formula della porcellana sarà il fiore all’occhiello per il suo progetto di Napoli capitale.

È Livio Shepers, arcanista del re, che scopre il segreto: la “pasta tenera” diventa la star della Real Fabbrica di Capodimonte. Il nome della fabbrica ricorda indubbiamente qualcosa, infatti, dopo un breve periodo nei giardini reali, è stata costruita proprio nel Bosco di Capodimonte.

Il sogno di Carlo diventa finalmente realtà, ma anch'egli vuole fare in modo di conservare il segreto al meglio. Affida, così la gestione dei lavori di costruzione a Livio Shepers che, strutturando la fabbrica in zone separate le une dalle altre, non darà modo a nessuno di conoscere il processo completo per la realizzazione di oggetti in porcellana.

È il 1742 e la fabbrica inizia la sua preziosa produzione: Caselli, famoso miniaturista, e Gricci, importante modellatore, sono solo due dei numerosi artisti che hanno varcato le porte della Real Fabbrica e hanno reso le opere tanto famose in tutto il mondo.

Il sogno di Carlo a Napoli, però, sfumerà in pochi anni. Richiamato in Spagna per ricoprire il trono, lascia Napoli nel 1759, rade al suolo la fabbrica e porta tutte le opere con sé, per legare il segreto per sempre al suo nome.

Il museo Duca di Martina, che ospita tante delle porcellane della Real Fabbrica di Capodimonte, è immerso in un'aria intrisa del passato non solo napoletano ma anche europeo.

Oggi è possibile visitare il museo e rifarsi gli occhi con la bellezza delle porcellane partenopee con la guida  dei ragazzi dei licei napoletani, che saranno al museo tutti  sabati e le domeniche fino alla fine di maggio, escluso il fine settimana di Pasqua. In particolare i ragazzi del Mazzini accoglieranno i visitatori il 6 maggio dalle 9 alle 13 e il 20 maggio dalle 14 alle 18

La Pietà di Giuseppe Gricci: un piccolo grande capolavoro

 

Ne abbiamo viste tante, fin da quando Michelangelo realizzò quella famosissima di marmo che si trova a San Pietro. Da allora sono stati tanti gli artisti che ne hanno ripreso le linee compositive, ma una Pietà come quella conservata  nel museo Duca di Martina è davvero unica. Opera di Giuseppe Gricci, appartenente alla produzione della Real Fabbrica di Capodimonte, datata intorno al 1744-45, La Pietà (nella foto) è catalogata tra i pezzi più antichi e meglio conservati. .E' in porcellana bianca a pasta tenera,  caratteristica della Real Fabbrica. Data la sua caratteristica, conferiva una particolare sinuosità agli oggetti. Niente di più adatto adatto quindi ad interpretare il dolore della Madonna con il Cristo morente tra le sue delicate braccia, che però sembrano reggere il figlio con tutta la forza dell’amore materno. Non si può fare a meno di ammirare la scena immedesimandosi nel dramma che rappresenta. Ciò che colpisce di più, ma  che l’occhio umano al primo impatto non percepisce, è la pluralità dei pezzi che compongono l’opera. Infatti posto a lato, quasi con un’aria indifferente al dramma che si sta consumando, c’è San Giovanni, non incluso sicuramente nel progetto originale poiché si nota facilmente essere mal poggiante sulla base rocciosa. Il tutto poggia su un piedistallo poligonale, decisamente di dimensioni inferiori al resto della composizione. Questo sta ad indicare il “comporre aperto” del tempo, per apprezzare anche singolarmente un’opera, senza che questa debba essere necessariamente piena di ornamenti superflui  o particolari, ma semplicemente rimandandola all’ eleganza della semplicità.

Il Gricci realizza una molteplicità di opere, molte delle quali da scoprire nel museo Duca di Martina a Villa Floridiana. Fino a maggio, durante il finesettimana i ragazzi di sei scuole di Napoli, impegnati nell'alternanza scuola-lavoro, accoglieranno e faranno da ciceroni al pubblico.In particolare, il liceo Mazzini darà il proprio contributo nei giorni 6 e 20 maggio 2017, rispettivamente dalle 9 alle 13 e dalle 14 alle 18.

 

Chiara Lubrano

IV A Liceo Mazzini

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