Venerdì 21 Settembre 2018 - 10:52

Teatri Uniti, l'utopia realizzata

A Palazzo Reale fotografie, manoscritti e manifesti documentano trent'anni di arte scenica contemporanea

di Armida Parisi

Entri e ti trovi in un cantiere. Niente luci della ribalta né glamour per “Trent’anni Uniti”, la mostra dedicata all’attività di Teatri Uniti, a Palazzo Reale fino al 2 ottobre. 
Soltanto un cantiere. Travi di legno grezzo a sorreggere i pannelli, gesso bianco per le didascalie scritte a mano, piccole teche di plexiglass per custodire rari materiali d’archivio: manifesti e lettere autografe, copioni e sceneggiature, schizzi, articoli, pagine di giornale, brevi sequenze video, spezzoni di film. Un cantiere che racconta la storia di un’utopia realizzata: quella del teatro come ricerca espressiva continua, nata trent’anni fa dalle idee di un gruppo di giovani e poi portata avanti con tenacia, allargandola al cinema e alla televisione, nell’intento di esplorare le potenzialità artistiche di tutti i linguaggi.
Un’utopia realizzata di cui Angelo Curti ha seguito tutte le fasi: prima da fondatore del gruppo Falso Movimento, insieme con Mario Martone, Pasquale Mari e Andrea Renzi; poi aprendosi alle compagnie di Antonio Neiwiller e Toni Servillo, formando così, nel 1987, la cooperativa Teatri  Uniti di cui è tuttora presidente; infine da produttore di numerosi film frutto di questa esperienza. Ed è proprio Angelo Curti ad accompagnare i lettori del Roma fra i documenti di questa intensa attività creativa, frutto di una ricerca trentennale intorno alle arti dello spettacolo.
«Abbiamo voluto cominciare la mostra con questa fotografia di Lucio Amelio. Cesare Accetta l’ha scattata sul set del film “Morte di un matematico napoletano”: Lucio interpretò il gentiluomo di Palazzo Cellammare. L’incontro con Lucio Amelio è stato determinante per noi. E per Napoli, naturalmente».
Perché Lucio Amelio è stato così importante?
«Alla fine degli anni Sessanta ha portato l’arte contemporanea a Napoli. Nella sua galleria a piazza dei Martiri ha ospitato grandissimi artisti, come Beuys e Warhol. Ma non solo. Nel 1979 s’inventò una cosa che si chiamava “Rassegna della nuova creatività del Mezzogiorno”: era un modo per superare un periodo di crisi e di trasformazione del mercato dell’arte e dare spazio a tanti giovani. Fra questi c’eravamo noi, appena usciti col gruppo Falso Movimento». 
Cosa vi legava?
«Un’idea di arte aperta allo sconfinamento dei linguaggi: in questo eravano molto vicini anche agli intenti del Teatro Studio di Caserta guidato da Toni Servillo». 
Era una novità? 
«Per Napoli sicuramente. Lucio Amelio rappresentò un’opportunità. Infatti il primo lavoro di Falso Movimento si tenne nella sua galleria. Si chiamava “Segni di vita”. Dopo qualche anno prendemmo anche noi un ufficio in piazza dei Martiri, nello stesso palazzo della galleria di Lucio Amelio. La foto in mostra documenta questo legame: pare che Lucio guardi i suoi tre amici, la mostra e i suoi visitatori».
“Teatri Uniti è un laboratorio permanente per la produzione dell’arte scenica contemporanea”
«È l’incipit del documento di fondazione di Teatri Uniti a firma di Mario Martone. Vi venivano delineate le linee di lavoro. Accanto ci sono delle foto di “Alphaville” che è l’ultimo spettacolo di Falso Movimento ma anche il primo dei Teatri Uniti».
La mostra mette bene in luce la compresenza di una molteplicità di percorsi.
«C’è anche una documentazione dei progetti irrealizzati come quello di ottenere un finanziamento dall’unione europea per la trasformazione della chiesa di Sant’Aniello a Caponapoli in  un teatro. Qui c’è il progetto di Giancarlo Muselli, ma non se ne fece nulla perché la Curia si oppose. Un filone molto prolifico è stato della classicità greca, che ha attraversato tutta la nostra storia. Da “Filottete”, a “Teatro di guerra” al film incompiuto che Tony Servillo stava girando con Theo Angelopulos ad Atene, quando Theo fu travolto da una motocicletta e morì. Un percorso della mostra è stato dedicato ad Antonio Neiwiller, arrivato ai Teatri Uniti attraverso Kantor, che era un suo nume ispiratore. Un altro percorso a Leo de Berardinis con cui realizzammo “Adda passà ’a nuttata” a Spoleto: fu il nostro primo incontro col teatro di Eduardo. Molto interessante il percorso femminile caratterizzato da due grandi autrici, Fabrizia Ramondino e Alda Merini, su cui hanno lavorato molto Anna Bonaiuto e Licia Maglietta».
In fondo al salone, il visitatore attraversa un sipario e trova delle panche piccolissime davanti a uno schermo che proietta spezzoni di alcuni spettacoli.
«È un’installazione realizzata col sipario storico di “Rasoi”, il testo di Enzo Moscato interpretato da Toni Servillo. È uno spazio dedicato agli amici che ci hanno preceduto nella morte, “KCM”, Chi ci è morto, lo abbiamo chiamato. Sono in tanti purtroppo, e li citiamo tutti, Da Lucio Amelio a Mario Scarpetta, da Lucio dalla a Fausto Mesolella passando per Sanguineti, Garboli, Rea, Lucia Ragni e altri ancora. Le piccole panche in plexiglass evocano le loro lapidi». 
La mostra documenta molto bene il rapporto intenso fra attori e registi con artisti e scrittori. 
«Certo. A Santamaria Capua Vetere facemmo la prima lettura pubblica integrale di Gomorra, nel 2006. Con Mimmo Paladino abbiamo realizzato il “Quijote” interpretato da Peppe Servillo e Lucio Dalla. La fotografia di Biasiucci e Accetta ci ha sempre accompagnato. Lino Fiorito, che ha disegnato il nostro logo e trascritto a mano il nostro manifesto, lo ha trasformato così in un’opera d’arte. La mostra evidenzia pure il rapporto con altri autori come Enzo Moscato, Mimmo Borrelli, Ruggero Cappuccio».
Un altro elemento che caratterizza Teatri Uniti è lo stretto legame col mondo dell’università.
«Noi siamo nati in un rapporto profondo con l’università di Salerno dove studiavamo io , Martone, Pasquale Mari all’epoca in cui cerano insegnanti come Filiberto Menna, Rino Mele, Angelo Trimarco, Edoardo Bruno. Negli ultimi anni abbiamo invece sviluppato un rapporto profondo con l’università della Calabria dove abbiamo costruito un paio di spettacoli che hanno debuttato lì. A Napoli siamo in contatto sia con l’Orientale sia con la Federico II.  Docenti come Lorenzo Mango, Paolo Sommaiolo, Francesco de Cristofaro sono dei riferimenti». 
È stato importante avere dei maestri? 
«Per il lavoro no. È l’autoformazione che è essenziale. Il maestro è utile come punto di riferimento. Ma il rapporto maestro-discepolo, nel senso di una trasmissione diretta, nel nostro caso non c’è stato».
Come vi ponete nei confronti delle nuove generazioni?
«In un rapporto molto forte che si sviluppa attraverso il lavoro concreto. Non abbiamo una scuola, però tanti attori sono venuti fuori dalle nostre compagnie. Attori che poi sono diventati anche noti. Penso a Tommaso Ragno, Marco d’Amore, Anna Della Rosa, Chiara Baffi. Ragazzi che hanno cominciato e poi hanno saputo prendere una strada personale. Del resto noi stessi abbiamo cominciato da ragazzi. La trasmissione del sapere, per noi coincide col fare». 

 

 

18:30 4/08

di Redazione


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