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Caro direttore,negli ultimi giorni la cronaca criminale è tornata prepotente a riempire le prime pagine dei giornali locali. Utilizzo il termine “prepotente” non a caso. Se è vero, infatti, che non esiste una scala di gravità che abbia come parametro il quartiere in cui si verificano certi episodi, è altrettanto inequivocabile che leggere di “stese” e proiettili intimidatori contro gli esercizi commerciali in una delle piazze più note di Napoli, ha un effetto diverso. Il rumore sordo degli spari è lo stesso, terrificante, che da troppo tempo squarcia il silenzio della notte e interrompe il sonno di tanti cittadini onesti che vivono nelle zone della città ad alta densità criminale. È l’eco, però, ad essere differente. E denota una caratteristica sempre più evidente nelle compagini criminali del territorio: il male non ha paura del bene. Pochi giorni fa il ministro dell’Interno Matteo Salvini ha presieduto il comitato Ordine e Sicurezza in Prefettura, ribadendo l’attenzione particolare del Viminale al tema sicurezza nel capoluogo campano, annunciando risorse e mezzi adeguati. Si è presentato ai giornalisti con uno slogan: “toglieremo anche le mutande ai camorristi”. Poche ore dopo l’anatema dello Stato che lasciava presagire l’avvio di una guerra ai clan senza confini, i malviventi hanno risposto oltrepassando i confini e andando a colpire dove al cuore delle istituzioni, a pochi passi dalla Prefettura dove solo qualche ora prima il capo del Viminale aveva lanciato loro quel messaggio. Nel “mondo di mezzo”, tra le Istituzioni e i criminali, ci sono i titolari degli esercizi commerciali con le saracinesche crivellate di colpi, i turisti che si godevano le bellezze della città, i giovani che tornavano a casa dopo una serata in compagnia. Insomma, ci siamo noi che chiediamo di vivere tranquilli. E che assistiamo atterriti ad una geografia del crimine senza più linee di demarcazioni, ad una percezione di insicurezza che colpisce “salotto, cucina e tinello” della città. È una guerra in cui uomini e mezzi non bastano più. Non servono neanche messaggi di speranza. C’è disperato bisogno di risposte dure, come ad esempio mettere in condizioni i militari dell’Esercito di intervenire e non restare fermi, mentre davanti ai loro occhi si compiono scene da far west, costretti ad assistere inermi, con le pistole di servizio imbrigliate nelle fondine di una legge che mette troppi paletti a chi, invece, deve difenderci. Sotto il fuoco incrociato delle pallottole, tra noi e loro, preferiamo salvare noi.