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È da alcuni decenni che sulla stampa cittadina e nazionale richiamo l’attenzione sulla necessità di alcuni emendamenti da apportare alla nostra Costituzione. Tra questi l’abolizione del Senato (molti Paesi democratici non l’hanno e il sistema politico funziona benissimo), delle Province (organismi assolutamente inutili perché ci sono i Comuni e le Regioni) e del Cnel (un piccolo surrogato della Camera dei fasci e delle corporazioni). Perciò ho votato Sì al referendum costituzionale del Governo Renzi, che conteneva, tra l’altro, queste riforme. Ma ha vinto il No dell’“armata bancaleone” degli oppositori (i 58 “costituzionalisti”, FI, FdI, Lega Nord, M5S, Sel, La Destra, Socialisti per il No, cittadini singoli e variamente associati e i firmatari del manifesto “No alla riforma della P2”). Col risultato che questo disgraziato Paese continua ad avere un Senato di 315 componenti e 6 senatori a vita (la megapotenza degli Usa ne ha solo 100 e nessun senatore a vita ), alcune diecine di Province e un Cnel. Se gli “oppositori” l’avessero letta tutta questa “Costituzione più bella del mondo” (la definizione è del comico Roberto Benigni che ha usato erroneamente una categoria estetica per un compendio di norme destinate a regolare la vita di un popolo) è molto probabile che avrebbero modificato il loro voto. E avrebbe evitato al Paese una stagione politica di estrema confusione con gravi ricadute sull’economia. Non avendola letta tutta ignorano che i padri costituenti hanno commesso una serie di errori ai quali si è pensato di porre rimedio con le Bicamerali di Aldo Bozzi, di Ciriaco De Mita, di Nilde Iotti e di Massimo D’Alema. E, nel 2013, con i 35 saggi nominati incaricati dal governo di Enrica Letta di proporre un testo di riforme costituzionali. E ci hanno pensato anche Matteo Renzi e Silvio Berlusconi col patto del Nazareno suscitando un vespaio di critiche nella sinistra trinariciuta che non tollera alcun dialogo con un “pregiudicato, evasore fiscale” (che poi è il maggior contribuente di questo Paese).... Nell’attesa, che prevedo lunga, io penso che non sia più rinviabile l’abolizione del Consiglio nazionale dell’ economia e del lavoro. Mi limito, per esigenze di spazio, a citare l’art.99 della Costituzione, col quale è stato istituito “un organo di consulenza del Parlamento e del Governo per le materie e secondo le funzioni che gli sono attribuite dalla legge, che ha l’iniziativa legislativa e può contribuire alla elaborazione della legislazione economica e sociale secondo i princìpi ed entro i limiti stabiliti dalla legge”. E la legge è la n. 33 del 5 gennaio 1957 che ha stabilito la sua composizione in 64 consiglieri, nominati tra i rappresentanti del mondo delle imprese, del volontariato, dei lavoratori autonomi e dei lavoratori dipendenti. Un organismo che tra stipendi, gettoni di presenza, rimborsi spese, benefit vari a presidente, vice presidente, consiglieri, esperti, impiegati e consulenti costa alcuni milioni di euro al mese (è risultato impossibile quantificarli esattamente). E che da quando esiste ha presentato al Parlamento 14 proposte di legge, ma nessuna è stata approvata, e 970 documenti, consistenti in pareri, osservazioni, rapporti, dossier, relazioni di modesta rilevanza. Un organismo inutile. Tant’è che di nessuna utilità si è dimostrato nella drammatica crisi economica in cui si dibatte il Paese. Con buona pace di tutti presidenti che l’hanno preceduto e del redivivo prof. Tiziano Treu, ex parlamentare di sinistra, ex ministro del Lavoro nei governi Dini e Prodi ed ex ministro dei Trasporti nel governo D’Alema, il Cnel è un organismo da abolire. Una decisione che la maggioranza degli italiani chiedono a questo Parlamento.