Giovedì 15 Novembre 2018 - 12:36

Cara Feltrinelli, Caserta non è camorra

Opinionista: 

Severino Nappi*

Sembra uno scherzo. Una guida turistica internazionale pubblicata e venduta da una grande casa editrice come la Feltrinelli invita i turisti a visitare Caserta e non la sua provincia perché i paesi sono brutti e tanto c’è pure la camorra. Invece è proprio vero. Io però non penso che questo sia solo il delirio di un commentatore idiota, ma è anche il frutto di tanti anni di martellamento: i casalesi, la camorra, la terra dei fuochi, i morti ammazzati e gli imbrogli. Intendiamoci. Non voglio fare il negazionista. Caserta e la sua provincia vivono, ormai da parecchi anni, una stagione difficile. E, purtroppo, c’entra la politica. Non parlo delle solite storie di intrecci malati tra camorra e Istituzioni. Quelle ci sono, anche se non spetta a me fare processi e tantomeno sentenze. Parlo del degrado di un territorio causato dall’annichilamento delle potenzialità, frutto dell’incapacità delle Istituzioni di offrire risposte e di programmare il governo di una comunità. Anzi, a Caserta (e certo non solo a Caserta) la politica, quando non è stata complice, ha assistito inerte ad uno massacro. La distruzione di gran parte della produzione agricola. Lo sfruttamento acritico del territorio con una cementificazione senza senso. La desertificazione industriale, causata in molti casi da industriali furbetti, esperti nel “mordi e fuggi” più che nel creare impresa. Tutto questo ha prodotto disperazione, povertà, miseria, economica e quindi anche intellettuale. La culla ideale per la camorra, ma anche per i suoi cantori. Quelli che, coi racconti sui morti ammazzati, ci campano e anzi ci fanno la bella vita. E così, complice il degrado di un territorio, ci sono quelli che raccontano solo quello che non va. Il dramma è che - siccome è stufa e chi ce la fa, sa di doverlo solo a se stesso e certo non alle Istituzioni - la gente ormai non ci trova più nulla di strano e anzi finisce quasi per apprezzare questa gara allo sfascio. E allora perché meravigliarsi, in fondo, se un scribacchino di quart’ordine - senza magari aver mai girato per un territorio ricco di storia e ancor di più di tanta gente onesta e laboriosa - spara ad alzo zero su una provincia intera e si riempie la bocca di paroloni feroci contro un popolo? O se una delle più importanti case editrici del Paese gli fa da megafono? Questi siamo noi, per “loro”. Però non ce la possiamo cavare con l’indignazione e lo sdegno. Con il chiedere il ritiro del libercolo e magari ottenerlo pure. Perché cose così non solo non si devono scrivere, ma innanzitutto non si devono pensare. Per farlo però non c’è che un modo. Dobbiamo smetterla di aspettare che gli altri - “loro” - ci tirino fuori da questa melma. Basta coi piani straordinari, magari di finte assunzioni in massa nello Stato. Basta coi sussidi. Basta con 4 camionette di polizia, magari scassate, per far finta di controllare la criminalità. Basta vivere delle promesse e delle pacche sulle spalle. Iniziamo a rimboccarci le maniche. Iniziamo ad essere seri con noi stessi. A rispettare le regole, a lavorare sul serio. Ma anche a chiedere a chi si affaccia alla politica quali sono le sue proposte per creare lavoro e sviluppo, non di stringerci la mano e di fare con noi un selfie sorridente. Solo così potremo voltare pagina ed essere sicuri che queste sciocchezze non si scriveranno più. Semplicemente perché finalmente non ce ne sarà più ragione.   

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