Mercoledì 26 Settembre 2018 - 11:52

La scienza gaia e arrogante che nega l’imponderabile

Opinionista: 

Vincenzo Nardiello

Dio sarà pure morto, ma la scienza non se la passa tanto bene. Guardateli: non si arrendono mai. Neanche davanti all’evidenza; nemmeno al cospetto delle potenti forze della natura che hanno evocato il mostro d’acqua scatenatosi tra le Gole del Raganello. L’ordine è stato chiaro fin da subito: anche questa dev’essere archiviata come una «tragedia che si poteva evitare» o «si poteva prevedere ». Poveri diavoli. Il vostro scientismo presuntuoso, il vostro ego smisurato ed arrogante, la vostra fede messianica nel solo regno delle cose visibili vi ha resi cechi. Convinti di poter dominare e prevenire tutti gli eventi, non potete ammettere la sconfitta davanti all’imponderabile. Perché un mostro d’acqua non è un ponte di cemento che crolla. No, quel mostro ci interroga. Tutti. Ci chiede a quale punto sia oggi - nell’epoca del potere tecnologico straripante e troppo spesso somigliante a un delirio d’onnipotenza - l’antico rapporto tra l’uomo e la natura. Se nel disastro di Genova la mano umana conta eccome, per ciò che ha fatto e soprattutto per ciò che non ha fatto, la tragedia consumatasi tra le Gole del Raganello è altra cosa. Riguarda il rapporto ancestrale tra il tentativo dell’uomo di sottomettere la natura, e gli eventi del cielo che ogni volta s’incaricano di ricordarci che siamo esseri finiti. A volte ciò accade con sciagure come quella sul Pollino, spesso simili a dure repliche di una storia che ci ostiniamo a non voler imparare; altre volte è la terra che, tremando, ci ricorda che il mondo si comanda dal basso. Non dall’alto dei grattacieli, dove si esibisce il nostro potere di cartapesta. Davanti ai cadaveri in quel budello di Calabria non ci sono concessionari autostradali da maledire, governanti da fischiare o altri da applaudire, né dossier da scoprire, viadotti costruiti male o teste da far rotolare ai piedi del popolo furente. Non ci sono facili capri espiatori da dare in pasto al nostro animo sofferente. No, lì ci sono solo le forze della natura. Occorre allora riflettere su ciò che siamo diventati a furia di dar retta a quel positivismo scientista, spinto alle estreme conseguenze, che ci ha convinti - tutti, credenti e non - che l’uomo è l’unico dominus di se stesso. In un’orgia di tecnica e turboscienza, abbiamo dimenticato la lezione d’umiltà della filosofia e della letteratura, che da sempre mettono in guardia l’essere umano dal non cadere in deliri di onnipotenza. Ricordava il grande filosofo Augusto Del Noce che lo scientismo è «la concezione totalitaria della scienza, per cui essa si presenta come l’unica conoscenza vera». Non avrai altra conoscenza all’infuori di me è il nuovo comandamento dell’homo tecnologicus. Ecco perché, anche di fronte a tragedie come quella del Raganello, ci stupiamo tanto e cerchiamo giustificazioni in presunti comportamenti umani errati. Se l’uomo è l’unico dominus di se stesso, e dunque della terra, infatti, non è concepibile l’esistenza di una forza più grande, in grado di scatenarsi anche con una violenza incontrollabile. Ecco allora che perfino di fronte ad un torrente ingrossato da un nubifragio si leva l’inevitabile lamento della nostra superiorità ferita: «La tragedia poteva essere evitata». Come a dire: la colpa è comunque dell’uomo. Non è stato abbastanza bravo a sottomettere la natura, pur disponendo di tutti gli strumenti tecnici per poterlo fare. Errore umano fu. Nient’altro. È l’illusione faustiana di chi crede che, una volta spezzato l’atomo, l’uomo sia destinato a conquistare il cielo e il suo mistero. Lo stesso cielo dal quale lunedì è piovuta l’ennesima, dura replica della storia. Che ci ricorda quanto dovremmo essere più umili nel considerare la nostra condizione di esseri limitati e finiti. Umani. 

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