Sabato 22 Settembre 2018 - 15:52

La democrazia “sostituita” dagli annunci sui social

Opinionista: 

Giuseppe Cacciatore

Sostengo da tempo che nel nostro Paese la democrazia e le sue istituzioni - a cominciare da un Parlamento reso sempre più marginale e messo nell’angolo dalla deriva populistica e dai suoi luoghi preferiti di azione politica, i social e i proclami televisivi subito smentiti, contraddetti e sostituiti in 24 ore da altri annunci di guerra - stanno correndo il pericolo più serio nella storia dell’Italia repubblicana. Sembra che niente e nessuno riesca a fronteggiare la marea falsamente sovranista (non è con gli annunci di ritorsione antieuropea che si difende la sovranità del paese) e dichiaratamente razzista e xenofoba. Ai ragionati, forse fin troppo, interventi dei politologi o dei filosofi impegnati e alle analisi dei giornali, in massima parte fortemente critiche, il governo populista risponde col sempre più crescente consenso alla sua propaganda fatta di messaggi efficaci che conquistano un’opinione pubblica che subisce da anni gli effetti di una politica che non ha saputo dare risposte ai disagi e ai problemi di larghi strati di popolo. C’è qualche piccolo segnale di risveglio da parte degli intellettuali, come mostra la crescita di adesioni all’appello lanciato da Cacciari. Si sente, sia pur a giorni alterni, che vi è un flebile filo di vita da parte di un Pd che affida al suo segretario provvisorio il duro compito di essere in campo a difesa degli ultimi, delle istituzioni, del diritto e della giustizia, offesi e vilipesi dal primo ministro e dai suoi vice. Leu e Potere al Popolo, per quel che possono e contano, organizzano cortei e manifestazioni non certo oceaniche, mentre ancora siamo in attesa di capire se e quando le organizzazioni sindacali con i loro milioni di iscritti si convinceranno a organizzare a Roma e nelle grandi città manifestazioni di piazza. Qualcuno potrà ritenere questa mia riflessione come un appello alla democrazia plebiscitaria e giacobina. Ma le manifestazioni e le proteste contro il populismo demagogico devono avere in cima alle loro richieste proprio la difesa dei luoghi dove si esercita la democrazia parlamentare e l’osservanza dei principi costituzionali che hanno ad oggetto il rispetto dei diritti umani (art.2) e l’obbligo all’accoglienza degli stranieri che fuggono da situazioni in cui venga loro impedito l’esercizio della libertà politica e sociale (art.10). La democrazia parlamentare è in crisi perché dopo i decenni della “grande” politica nata dalla lotta antifascista è venuta lentamente smarrendosi ciò che in ogni paese democratico ha costituto e costituisce il cemento della civile convivenza tra forze politiche contrapposte: il compromesso tra i partiti nel senso nobile del termine, come ha giustamente ricordato di recente Gaetano Azzariti. Il conflitto politico si è trasferito sui telefonini e gli iPad e ha come modo d’essere costante l’insulto e l’appello al popolo. Ma c’è un altro tentativo di attentare alla democrazia parlamentare che pericolosamente si profila all’orizzonte: l’istaurazione del regime presidenziale e monocamerale. Insomma ci sono tutti i presupposti per essere seriamente preoccupati fino a intravedere non poche nubi all’orizzonte della nostra libertà e della nostra convivenza democratica. Ho letto in questi giorni una lettera di Giovanni Amendola a Benedetto Croce del 15 febbraio 1925. Mussolini nel discorso del 3 gennaio alla Camera si assunse la responsabilità dell’assassinio di Matteotti e annunciò l’emanazione delle leggi speciali che avrebbero rivelato il vero volto della dittatura. Amendola così scrive: “bisogna indurre altri a guardare in faccia la realtà e a disporsi ad agire con la serietà e l’intensità che le cose richiedono. Vorrei che molti, moltissimi tra i migliori uomini che abbia l’Italia, si rassegnassero a pensare che per un certo tempo la vita consueta dovrà essere interrotta per dar luogo a un periodo di milizia, per la salvezza morale del nostro paese”. Amendola fu vittima di una feroce aggressione fascista nell’estate del 1925 e morì esule in Francia nell’aprile del 1926 a causa delle ferite subite.

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