Mercoledì 19 Settembre 2018 - 6:09

La tempesta di ferro e i rischi per l’Italia

Opinionista: 

Vincenzo Nardiello

Il sistema è marcio. La montagna di carta - in gran parte straccia - su cui è fondato attende solo l’innesco. Poi partirà l’incendio. E noi saremo sulla linea del fuoco. Un mese e mezzo fa il governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, avvertiva che «di fronte a una nuova crisi l’Italia sarebbe oggi molto più vulnerabile di dieci anni fa». Parole al vento. I decisori politici erano in altre faccende affaccendati. Salvo scoprire - ora - l’allarme sullo spread e implorare Mario Draghi di non smettere di garantire i nostri titoli di Stato. In 2 mesi gli investitori stranieri hanno venduto 72 miliardi di Btp. Già, ma al netto della Bce chi li ha acquistati? Le banche italiane, tanto per cambiare. E meno male che il cordone ombelicale che lega rischio sovrano e bancario doveva essere tagliato. Invece nulla è stato fatto. Anzi. Per non dire che se buona parte degli attivi dei nostri istituti di credito va in acquisti di debito pubblico per tenere basso lo spread, di liquidità per le imprese ne resta poca e a costi crescenti. Né il Governo pare intenzionato a intervenire. Allo stato non sappiamo neanche con quali soldi eviteremo l’aumento dell’Iva. Eppure si tratterebbe del minimo sindacale per attrezzarsi rispetto alla tempesta che si annuncia. Che non sarà - a differenza del 2011 - una manovra contro l’Italia, come qualche cialtrone alla ricerca di facili alibi vorrebbe farci credere, ma una bufera globale. Non occorre essere dei maghi. Basta guardare i numeri. Come mai il sottosegretario Giorgetti e il ministro Savona hanno chiesto disperatamente a Draghi di continuare ad acquistare titoli italiani? Perché quei numeri loro li conoscono bene. Se il Governo che sputacchia sull’Europa e minaccia di non pagare i contributi all’Ue chiede aiuto a Francoforte, vuol dire che la situazione è seria. Veniamo da anni in cui le banche centrali hanno stampato e distribuito moneta a più non posso. Anni durante i quali non solo gli Stati bisognosi - come l’Italia - hanno finanziato i loro debiti pubblici a tassi tenuti artificialmente bassi, ma anche tante imprese in difficoltà hanno potuto emettere debito sotto forma di obbligazioni a costi ben minori rispetto a quelli di mercato. L’esito di questo casinò finanziario è che oggi ci sono in giro per il mondo qualcosa come 3,7 triliardi di dollari di controvalore in debito spazzatura, di cui quasi uno riguarda l’eurozona. Quando la Bce smetterà i suoi acquisti - dal primo gennaio prossimo, non tra 20 anni - quei titoli torneranno in gran parte ad essere ciò che sono: carta straccia. Col pericolo d’innescare una catena di default aziendali. Ma c’è una seconda questione di cui tutti evitano accuratamente di parlare. Molte di queste società hanno usato i soldi così rastrellati per finanziare il riacquisto sul mercato di proprie azioni, al fine di tenere alte le valutazioni delle stesse. Solo nei primi 6 mesi del 2018 questo fenomeno ha raggiunto la cifra monstre di 680 miliardi di dollari. A questi ritmi alla fine dell’anno arriveremo a 1,36 triliardi di dollari. Un gigantesco gioco delle tre carte. Quando verranno meno le emissioni allegre che finanziano tali debiti a costi irrisori, questi acquisti crolleranno e smetteranno d’essere il motore che fa viaggiare gli indici borsistici. Molti si faranno male. Ecco perché è importante che l’Italia non assecondi la speculazione, lanciandosi in ulteriori spese folli (tipo reddito di cittadinanza) e a debito. Annunci come triplicare il deficit previsto e assumere 450mila statali, invece, vanno nella direzione del disastro. Il rischio è una crisi sistemica. Che parta dalla Turchia, dall’Argentina, dagli Usa o da qualche altra parte del mondo importa poco. Importa che a pagarla saremo noi.

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