Mercoledì 26 Settembre 2018 - 5:59

Il teatrino della politica piace solo a chi lo fa

Opinionista: 

Ermanno Corsi

“Diciotti”, ma chi era costui? Nei Promessi Sposi è don Abbondio che si pone una simil-domanda a proposito di Carneade (filosofo mai sentito nominare da nessuno e quindi sinonimo di figura sconosciuta). Chi sa quante volte sarà stato Matteo Salvini a chiedersi “ma a chi corrisponde quel nome” impresso così vistosamente sulla fiancata dell’ italiana nave-pattugliatrice che ha portato in Sicilia quel gran numero di migranti? Però mentre nel romanzo manzoniano di Carneade si parla poco e niente, impresso nella mente del leader leghista chi sa per quanto tempo rimarrà il nome di Ubaldo Diciotti, lucchese di nascita, morto a Roma nel 1963 a 85 anni. Generale marittimo con una lunga carriera nelle Capitanerie di porto e distintosi per strategia organizzativa durante la seconda guerra mondiale, aveva prestato servizio per diverso tempo anche a Napoli. La vicenda dei migranti ha ora portato il suo nome sulle prime pagine dei giornali. *** Muscoli e reati. Il vice premier, e ministro dell’Interno, ha fatto di tutto (voce grossa, minacce, pugni sui tavoli) per impedire alla nave di entrare nel porto di Catania e poi ai migranti di scendere a terra. Quando si è visto costretto a fare un passo indietro, ha tuonato “solo i bambini, gli altri si attaccano…”. Ma dopo poco anche il suo muscoloso e inossidabile braccio di ferro si è dovuto piegare. E ora gli resta il conto da pagare. Il procuratore della Repubblica Luigi Patronaggio cerca di non agire d’impulso. Ispeziona la “Diciotti”, raccoglie elementi e va a Roma (si scrive “si precipita”). Al Viminale (Ministero di Salvini) consulta i funzionari di “Libertà civili e immigrazione”. Uno dei due è Gerarda Pantalone per un paio d’anni prefetto di Salerno e poi, a Napoli, prima donna Prefetto della Repubblica. *** Accuse pesanti. Partono le iscrizioni nel registro degli indagati per sequestro di persona (con l’aggiunta della coazione, cioè pressione sull’Unione Europea per una diverso riparto dei migranti), arresto illegale, abuso di ufficio e omissione di atti. Sotto inchiesta, con Salvini, il suo capo di gabinetto Matteo Piantedosi, avellinese di madre napoletana. Dal funzionario non una parola di commento. Il leader leghista indossa invece i panni di un Capitan Fracassa: «Mi processino e mi arrestino pure, non ci sarà pubblico ministero capace di fermarmi » (una considerazione: ma se dovessero davvero portarlo in carcere, ha già messo in conto un’evasione?). Il Carroccio è immediatamente solidale col suo uomo di punta. *** Sostegni pericolosi e ambigui. Il leghista deputato abruzzese Giuseppe Bellachioma manda ai giudici un messaggio che più esplicito non potrebbe: se toccate Salvini vi veniamo a prendere fino a casa. Più “cerchiobottista”, ma anche fazioso, il vice premier Di Maio. Se due anni fa, quando Angelino Alfano, ministro dell’Interno, venne indagato per abuso d’ufficio, proclamò “entro 5 minuti si deve dimettere”. Alla domanda e perché? Rispose: “Perchè Alfano è Alfano”. Adesso è a fianco di Salvini: deve rimanere al suo posto ma nel rispetto dei giudici (ecco che significa stare al Governo: dal febbraio 2016 è cambiato il Codice etico dei Cinque Stelle!). Politica sempre più esperta e praticante della “doppia morale”. *** Dalla Sicilia alla capitale. Tra Agrigento e Palermo la magistratura completa il suo percorso che potrebbe proseguire fino al Tribunale dei ministri e arrivare nell’aula del Senato (di cui Salvini fa parte). A Palazzo Madama “comanda” la maggioranza giallo-verde, ma l’inquisito preannuncia che rinuncerà alla copertura parlamentare. Senza se e senza ma è un buon gesto. Del resto, non ha detto Salvini che ogni inchiesta è per lui una medaglia? Tuttavia un dubbio: rinuncerà anche se i senatori non concederanno l’autorizzazione a procedere impedendo così ai giudici di proseguire? Davvero farà il diavolo a quattro per avere il processo a tutti i costi? Per sconfinato amore di giustizia o perché, sulla base di una possibile ondata nazionale emotiva, “porto a nuove elezioni e mi prendo l’Italia”? *** Precedenti pericolosi. Cosa non si farebbe per un pugno di voti (elettorali, ovviamente, non certo “religiosi”). Del resto troppe volte la popolarità, comunque conseguita, è stata considerata, senza remora alcuna, un grande “valore aggiunto”. Alla fine dell’Ottocento, Oscar Wilde diceva che c’è una cosa, al mondo, peggiore del parlar male di qualcuno: non parlarne. Un aforisma diventato subito una strategia. Cosa non hanno fatto, personaggi del calibro di Hitler, Stalin e Mussolini perché si parlasse di loro? L’italiano duce del fascismo si era fatto “suggerire” perfino da D’Annunzio che sosteneva fieramente il “parlate anche male di me, ma parlatene”. In tempi più vicini a noi hanno percorso questa strada, con alterne sfortune, il “divo” Giulio Andreotti (ne sapeva una più del diavolo), l’irruento Bettino Craxi (volle dimostrare al presidente Usa Ronald Reagan che anche lui aveva i muscoli), l’immarcescibile (si fa per dire) Silvio Berlusconi che troppo spesso confuse la Repubblica Italiana con un qualunque sultanato orientale. *** Richiami angosciosi. Al tragico uso della violenza si sono contrapposte opere di forte ingegno all’avvio della Seconda Guerra: ”Il grande dittatore” di Charlie Chaplin e la “Resistibile ascesa di Arturo Ui” di Bertolt Brecht. Oggi il “teatrino della politica” mostra tutta la sua penosità: al corteo milanese di San Babila non si è trovato di meglio che lanciare al ministro dell’Interno questo avvertimento: “Salvini, sei sulla linea rossa, tra quattro fermate c’è piazzale Loreto”. Che sconforto e quale miseria!

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