Mercoledì 26 Settembre 2018 - 2:06

La storia è il sapere più vicino alla politica

Opinionista: 

Giuseppe Cacciatore

Confesso in apertura che sto scrivendo suggestionato dalla lettura dell’epistolario di Giovanni Amendola, relativo agli anni 1925-1926. Sono gli anni del definitivo consolidarsi del regime mussoliniano iniziato con un eloquente discorso del novembre del 1922 nel quale si rivelò il vero volto del fascismo: “Potevo fare di quest’aula sorda e grigia un bivacco di manipoli, ma non l’ho fatto, almeno per il momento”. Furono in molti a sottovalutare il pericolo incombente della dittatura, tanto che all’inizio il governo fascista accolse come ministri e sottosegretari esponenti del partito popolare e del partito liberale, poi dimissionari tra la fine del 1923 e il luglio del 1924, dopo il barbaro assassinio di Giacomo Matteotti. Anche la scelta dell’Aventino – il rifiuto delle opposizioni di partecipare ai lavori della Camera - si rivelò certamente nobile e coraggiosa (nel 1926 tutti i deputati aventiniani furono dichiarati decaduti e nel 1926 fu arrestato tutto il gruppo dirigente del Pci con Gramsci in testa), ma ormai il fascismo si era conquistato l’appoggio dei grandi gruppi industriali e degli agrari, ma anche di una consistente fetta dell’opinione pubblica. Nel frattempo, però, il regime assassinava e incarcerava i suoi oppositori: l’omicidio nell’agosto del 1923, ad opera dei mazzieri inviati dal gerarca fascista Italo Balbo, di don Giovanni Minzoni, il coraggioso prete di Argenta che aveva dato vita alle cooperative contadine nel Ravvenate; Piero Gobetti fu selvaggiamente picchiato a Torino agli inizi del 1926 e morì a Parigi dopo pochi giorni; Giovanni Amendola subì lo stesso trattamento in un agguato di mazzieri nel luglio del 1926 e morì poco dopo esule in Francia; l’assassinio, su esplicito mandato di Mussolini, dei fratelli Rosselli nel 1937; la morte di Gramsci, arrestato nel 1926 malgrado godese dell’immunità parlamentare, dopo oltre 10 anni di indicibili sofferenze e privazioni subite nel carcere. E mi fermo qui senza citare le migliaia di oppositori che subirono il carcere e il confino. Sono fin troppo consapevole che le condizioni storiche del 2018 non sono paragonabili con quelle del 1922 e ripeterei la famosa frase di Marx: “La storia si ripete sempre due volte: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa”. Ma ciò che sta accadendo in Italia e in Europa (viste le preoccupanti notizie sul dilagare del populismo nazionalistico e talvolta apertamente neonazista che giungono dalla Germania e dalla Svezia, il paese dell’indimenticato esponente del socialismo europeo Olof Palme) potrebbe prefigurare ciò che è stata definita da Tocqueville, nel suo famoso libro “La democrazia in America”, dittatura della maggioranza, cioè il manifestarsi e il diffondersi, specialmente oggi nell’epoca dei social network e dei referendum virtuali, del convincimento che solo le decisioni ritenute valide dalla maggior parte dei cittadini siano quelle valide. Insomma la martellante propaganda può degenerare in un pericoloso strumento di progressivo logoramento e persino di stravolgimento delle regole democratiche sancite dalla Costituzione e dei fondamentali diritti umani e sociali garantiti dai nostri codici. Qualcuno potrebbe storcere il naso accusandomi di voler impartire una professorale lezione di storia. Non mi offendo perché è proprio il mio intento, ancora più convinto dopo aver appreso dal “Sole 24 Ore” di oggi di una ricerca recentemente pubblicata (“Che storia è questa. Gli adulti e il passato”) che giunge a queste desolanti conclusioni: una serie di domande di storia rivolte agli adulti, molti anche laureati, ha rivelato una ignoranza clamorosa anche sui temi di attualità”. Credo, purtroppo, che se si facesse analoga indagine sui nostri politici, i risultati sarebbero analoghi. Ha ragione Massimo Firpo: “La storia è il sapere più vicino alla politica, per non dire costitutivo”.

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