Lunedì 24 Settembre 2018 - 1:02

È l’altrui debolezza la vera forza di Renzi

Opinionista: 

Ottorino Gurgo

Per celebrare il primo anno di governo appena compiuto, Matteo Renzi potrebbe affiggere dietro alla scrivania del suo studio a palazzo Chigi un quadretto con un una di quelle frasi che, un tempo, venivano stampate sui portacenere di maiolica: “Poco se mi considero, molto sei mi confronto”. A ben vedere, infatti, è proprio questa frase, attribuita a Sant’Agostino, che si può giudicare nel modo compiuto l’operato del presidente del Consiglio nei trascorsi trecentosessantacinque giorni. Se fa un bilancio, valutando quello che ha fatto e quello che non ha fatto, il buon Matteo non ha grandi motivi per proclamarsi soddisfatto: la rivoluzione copernicana che avrebbe dovuto realizzare è al palo, delle riforme promesse soltanto una minima parte è stata portata a compimento, la vecchia Italia dei privilegi, delle pastoie burocratiche, dell’inefficienza e della corruzione che aveva garantito di poter “rottamare” è ancora là, più viva e vegeta che mai. Né si può dire che il nostro paese si sia risollevato dalla crisi economica che lo attanagliava perché, nella loro brutale crudezza, i numeri sono là a dimostrare come, tra tutti i partner europei (Grecia, ovviamente esclusa) l’Italia sia quello che più di tutti stenta ad imboccare un virtuoso percorso di crescita. Dicono i sostenitori del premier che, più di quel che ha fatto, Renzi non avrebbe potuto fare a causa degli ostacoli frapposti al suo cammino dagli avversari interni ed esterni al suo partito che, ottusamente, al sol sentir pronunciare la parola “rinnovamento” sono pronti ad erigere le barricate. Un’affermazione, questa, che certamente contiene elementi di verità, ma che solo in parte vale a giustificare la mancata attuazione del progetto riformatore poiché una leadership preveggente, prima di avventurarsi in promesse che non potrà mantenere, deve avere l’onestà intellettuale di tenere nel debito conto il contesto all’interno del quale è chiamato ad operare. Detto questo, e preso atto del fatto che Renzi, in quest’anno, non è riuscito ad acquisire i titoli atti a consacrarlo come “il grande rinnovatore” e il salvatore della patria, non possiamo, tuttavia, non rilevare che, nonostante gli obiettivi di Renzi siano stati solo parzialmente realizzati, la sua posizione si è sostanzialmente rafforzata. Come è possibile? Basta, per rispondere a questo interrogativo, valutare la situazione in cui si trovano i suoi oppositori. Prescindiamo dal Movimento Cinque stelle che, pur avendo ottenuto un rilevante risultato nelle ultime elezioni politiche, è stato praticamente sterilizzato dalla politica (o, meglio, dalla non politica) dei suoi due leader, Grillo e Casaleggio. Ma, se volgiamo lo sguardo a coloro che “istituzionalmente “, al di là del demagogico qualunquismo grillino, dovrebbero opporsi a Renzi, ci accorgiamo che a nessuno come a quest’ultimo, si adatti l’antica formula del “divide et impera”. A dividere il centro destra è la prospettiva di un “dopo Berlusconi” che stenta a prender forma: una sorta di “en attendant Godot” in cui il ruolo di Godot è interpretato da colui che dovrebbe succedere all’ex Cavaliere, ma la cui identità non riesce ad assumere connotati concreti (Fitto, nonostante il suo attivismo, non sembra possedere il necessario carisma) alimentando divisioni e contrasti tra i vari esponenti della nomenklatura forzista. Né ci sembra che a risollevare le sorti del centrodestra possa essere Matteo Salvini che non può pensare di fare della volgarità, personale e politica, il metodo per affermarsi come leader di un centro-destra che ha diritto ad una guida di ben diversa caratura. Insomma, è di una vera guida che il centro-destra ha bisogno per risorgere, come la Fenice, dalle sue ceneri. Quanto alla cosiddetta “opposizione interna”, che va da Sel alla costellazione di correnti e correntine nella quale il Pd si articola, essa appare ingabbiata nei riti e nei miti di quella vecchia sinistra che non è mai riuscita a dotarsi di un’autentica cultura di governo. E non crediamo che a rilanciarla possa essere la discesa in campo di Maurizio Landini, “profeta” di un vetero sindacalismo ormai obsoleto. Ecco perché, a nostro avviso, a un anno di distanza dal suo insediamento a Palazzo Chigi, il governo Renzi è più che mai in sella. La sua vera forza è la debolezza altrui. 

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