Giovedì 21 Febbraio 2019 - 19:58

“Gattopardismo” leghista in “salsetta” federalista

Opinionista: 

Mimmo Della Corte

Può l'introduzione di una struttura istituzionale accreditata di un impatto notevole (positivo per i fautori, negativo per i denigratori) sul futuro dell'Italia, come l'autonomia differenziata, essere frutto del ricatto di una parte del governo nei riguardi dell'altra? Tanto più, se a tutto vantaggio di un'area del Paese, quel Nord, politicamente meglio rappresentata (del resto la scelta della leghista Erika Stefani - allieva di Luca Zaia, governatore del Veneto e massimo sostenitore di questa istituzione – si deve proprio alla necessità di accelerarne l'iter istitutivo) e a danno dell'area più debole, perchè priva di rappresentanti pronti ad alzare la voce per far sentire le sue ragioni? Per di più, sulla base di referendum “farlocchi”, voluti, indetti e gestiti direttamente dai governatori proponenti; votati solo dai diretti interessati sulla base non degli interessi del Paese, ma semplicemente di pregiudizi egoistici di gente incapace di guardare al di là delle proprie tasche, definita in riunioni da “sette segrete”, delle quali nessuno sa niente, tranne quello che viene stabilito. Ovviamente a vantaggio dei partecipanti? Assolutamente, no! Indubbiamente, riconoscere alle regioni maggiori e migliori forme di autonomia territoriale è giusto, ma avendo come obiettivo non quello di cristallizzare e far crescere gli attuali divari fra Nord e Sud, dovuti, da un lato, al fallimento del regionalismo così come è stato gestito dalla sua introduzione ad oggi; dall'altro, all'incapacità della classe politica meridionale di mettere a punto e, soprattutto, relizzare progetti e programmi, per produrre uno sviluppo effettivo e non soltanto clientelismo. Ma anche dal fatto che dal 1950 (anno di fondazione della Casmez) in avanti, nonostante una legge speciale imponesse ad aziende a partecipazione statale, Ministeri ed Amministrazioni pubbliche di destinare al Sud il 40 per cento dei propri investimenti ordinari, la quantità di risorse ad esso destinata, mediamente non ha mai superato, lo 0,5 per cento del Pil italiano, decisamente meno di quanto, sempre in termini ordinari, speso (35 per cento del Pil) negli stessi anni nell’Italia del Nord. E questo pur tacendo delle opere pubbliche realizzate al di sotto del Garigliano - al solo scopo di consentire alle industrie settentrionali di conquistarne i mercati e svilupparsi ai suoi danni - la cui realizzazione veniva regolarmente affidata ad imprese rigorosamente del nord o le leggi incentivanti per attrarre investimenti nel Sud, di cui, però, potevano beneficiare soltanto gli imprenditori stranieri e settentrionali. E senza aggiungere che il 25 % dell'Iva sui beni, dovunque venduti e incassata, va alle regioni dove vengono prodotti. E, quindi, vista la colonizzazione commerciale del Sud da parte del Nord è quest'ultimo ad usufruirne. Non può, quindi, essere condivisibile, un regionalismo basato su fabbisogni standard legati alle attuali capacità fiscali del territorio, che sono figlie dello strabismo “nordista” dei governi che si sono succeduti dal dopoguerra ad oggi alla guida del Paese, cui vengono attribuite le relative funzioni. Ciò, non vuole dire, sia chiaro, essere contrari all'autonomia, tutt'altro! Ma preferire quella macroregionale che davvero può cambiare le cose in questo Paese. Il regionalismo differenziato, figlio del “gattopardismo leghista in salsa federalista” e del “menefreghismo filogovernativo” 5 Stelle, “cambierebbe tutto, per non cambiare niente”. Si tratterebbe, infatti, di un cambiamento soltanto esteriore, perchè sfoddisferebbe gli egoismi di pochi, ma lascerebbe invariato tutto ciò che ha prodotto il cinquantennale fallimento regionalistico. A cominciare dai 20 Consigli regionali, dalla pletora dei 1117 consiglieri regionali, dei relativi affollatissimi staff e i lautissimi e, spesso, immeritati stipendi, e le prevaricazioni Nord/Sud. Chissà, cosa ne pensano i meridionali che, per un posto al sole, hanno scelto le insegne padane.

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