Martedì 13 Novembre 2018 - 6:54

“Non nel mio giardino” e Belpaese senza futuro

Opinionista: 

Mimmo Della Corte

La sindrome del “non nel mio giardino” contro le grandi opere, non crea lavoro e non produce sviluppo. Tra “no Vax”, “no Tav”, “no tap”, “no Olimpiadi”, “no Discariche”, “no Termovalorizzatori” e ora, anche il “no Muos” (Mega Impianto Satellitare Usa) di Niscemi. Insomma continuando a dire “no” a tutto ed al suo contrario, il “bel Paese dove il dolce “si” suona”, è diventato un “brutto villaggio” dove il “no” trionfa, continua a ripiegarsi su se stesso e non riesce più a costruirsi un futuro. Una realtà che ha spinto il ministro per le infrastrutture, Danilo Toninelli, a bloccarne la realizzazione e sottoporle a nuovo “chek up” costi/benefici. Se, però, è vero che realizzarle o rinunciarvi ci costerebbe, comunque, un bel po' di risorse (si parla di una cifra oscillante tra i 15 e i 40 miliardi) è, almeno, altrettanto vero che, nel primo caso, si tratterebbe di una spesa utile ad innescare un processo di sviluppo e, quindi, sacrosanta: nel secondo, di una spesa per risarcimenti buona soltanto a svuotare ulteriormente e colpevolmente le casse dello Stato. Fino a ieri le posizioni contrapposte erano occupate da gruppi di residenti dell'area che vi si opponevano e il governo che intendeva portarle a compimento, attualmente, di contro, insieme alle comunità locali, sovente si schiera una parte della coalizione di Governo: il M5s, un po' per strizzargli l'occhio, un po' perché da sempre contrario alle opere pubbliche considerate ricche mangiatoie per gli amici. Quindi, da smantellare e, su questo ha costruito le proprie fortune elettorali. Al momento, però, il fronte del “no” appare in difficoltà. Dopo aver dovuto accettare la decisione del vice-premier Luigi Di Maio, di far ripartire l'Ilva, ha dovuto piegarsi alla volontà del premier Giuseppe Conte, di rimettere in moto, il cantiere della Tap a Melendugno. Due inversioni di marcia, alla luce di quanto scritto sopra, da condividere, ma che hanno scatenato l'ira dei salentini, che prima hanno bruciato le bandiere pentastellate e, poi, chiesto alla ministra Lezzi di dimettersi. Sicchè, per evitare che la situazione peggiori ulteriormente, il governo ha compiuto l'ennesimo doppio salto mortale all'indietro su redditi e pensioni di cittadinanza (quota 100). Dopo aver deciso di stralciarli dalla manovra e farli approvare con legge ordinaria, ha pensato di reintroduveli durante il dibattito per l'approvazione in aula con due appositi emendamenti. Potenza della vicinanza dell'appuntamento elettorale europeo e dei sondaggi che danno 5stelle e Di Maio precipitosamente e pericolosamente in calo. Certo, dire che la frenata del Pil, nel terzo trimestre del 2018 - dopo 3 anni di crescita sia pur lenta - certificata dall'Istat e la risalita ad oltre 2 cifre (10,1%) del tasso di disoccupazione, siano da attribuire a responsabilità di questo governo, sarebbe ingiusto. E' in carica da così poco tempo da non aver avuto la possibilità di incidere sui risultati congiunturali dell'economia reale, ma scaricare – come, sono soliti fare i signori “pentaleghisti” - anche stavolta tutte le responsabilità sugli esecutivi precedenti è eccessivo. Toninelli, M5s e alleati di governo, sono davvero convinti che se avessero lasciato proseguire – anziché bloccarle tutte – almeno qualcuna delle grandi opere in itinere: la Tav Torino-Lione, il terzo valico Genova-Milano, il Tunnel del Brennero, la Tav Brescia-Verona, la Vicenza-Padova, la Napoli-Bari, ma anche le altre (strade, metropolitane, ponti, e, magari, anche il Ponte Morandi a Genova, ecc. ) programmate da tempo, e ora ferme in attesa degli esiti delle indagini supplementari su costi e benefici, i risultati del terzo trimestre 2018 sarebbero stati comunque negativi? Personalmente, ritengo di no. E se lo avessero fatto, ne avrebbero gaudagnato loro in credibilità, il settore edilizio e l'occupazione in ripartenza.

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