Domenica 16 Dicembre 2018 - 5:52

Chi troppo idealizza finisce sempre male

Opinionista: 

Orazio Abbamonte

Il sindaco di Napoli rincorre fole come la cripto-moneta ed il disconoscimento dei debiti che per legge spettano al comune di Napoli. Ognuno ha il suo diritto di sognare; epperò la dimensione onirica difficilmente aiuta nella sfera pubblica. Vero che ci sono stati nella storia grandi sognatori, anarchici ed utopisti – alla mente mi vengono tra i tanti nomi come Tomaso Moro, Henri de Saint-Simon, Pierre- Joseph Proudhon, Charles Fourier – ma mi limito a dire che poco mi ricordano il dire di Luigi de Magistris. Anche loro, per la verità, messi all’opera nell’amministrazione d’un comune, non credo avrebbero dato grandi prove. Chi troppo idealizza, finisce sempre con lo scontrarsi con la dura realtà, e finisce male: un altro esempio, fra’ Girolamo Savonarola. Ma diciamo che sto giocando sul registro dell’iperbole, in questi tempi di spiccata volgarità tra i più adatti alla comunicazione. Tra il nostro sindaco e quei nomi corre parecchio. Io ho l’impressione che de Magistris avverta intorno a lui un senso di singolare isolamento ed anche il baratro del dissesto: che peraltro baratro non sarebbe stato, ove per tempo fosse stato dichiarato. Basti dire: un sindaco che afferma di non riconoscere il debito ingiusto e non lo alloca nel bilancio comunale, fa una ben magra figura perché, a differenza d’un volgare debitore che fugge dai creditori disconoscendo i titoli esecutivi, il Comune è un ente pubblico, che ha più difficoltà a far perder le sue tracce. Per il momento, l’utopia demagistrisiana ha guadagnato al comune di Napoli una sanzioncella di appena un’ottantina di milioni di euro. Non poco ma, si sa, le utopie si pagano. Quando però si pagano a spese d’altri, assumono denominazioni diverse, che qui è meglio lasciar perdere. Potrà pur esser vero che il debito del comune sia ingiusto, ed è tutto da vedere. Ma non è questo il modo di fare valere la nequizia lamentata: molte altre e più efficaci forme la politica da sempre ha conosciuto. Comunque, per non lasciarci anche noi abbagliare dalle fole, rimaniamo con i piedi ben saldi sul terreno cittadino. La buona notizia filtrata attraverso i canali d’informazione è che la città vedrà in circolazione sulle sue dissestate strade ben 35 nuovi automezzi, lussuosamente assistiti da wi-fi. Buona notizia davvero, se non fosse per le vie metropolitane quotidianamente viaggiano circa 200 automezzi al giorno, dove ne servirebbero almeno quattro volte tanto. Quattro volte che, non solo ce le sogniamo (questa volta realisticamente) ma che se non sia mai ci fossero sarebbe, un bel problema, perché dovremmo rifornirli di carburante e munirli d’assicurazione: impresa utopistica, questa sì, con le attuali finanze comunali. Cosicché, meglio lasciar perdere. Per dirne un’altra: la Villa Comunale. Quella che un tempo si denominava Real Passeggio di Chiaja – la dobbiamo all’uzzolo tardo settecentesco di Ferdinando I (che all’epoca della realizzazione si numerava ancora IV) – è in indicibili condizioni. Chi volesse attraversarla (di passeggio nemmeno a parlarne) provenendo dal lato occidentale, ne sarebbe seriamente sconsigliato. Anzi, impedito per lunga tratta, essendo impossibile accedervi, non tanto perché ad ostacolarlo è l’accumulo di rifiuti galleggianti in acqua copiosamente appantanata lungo i margini del viale Dohrn che la costeggia, quanto perché propriamente interdetta all’uso cittadino da robuste barriere ed alti cancelli che consentono l’entrata solo quando se ne sia percorsa dall’esterno una buona metà dell’estensione. Quando poi finalmente vi si entra, non si dispera per quel che si è sin lì perduto. Si avanza guardinghi tra polvere, buche, pozzanghere innaturali, opere provvisionali di cantieri qua e là sparsi inoperosi, alberi in evidente sofferenza. Insomma, uno vero disastro estetico, per un luogo che ci si attenderebbe collocato tra le attrattive gradevoli della città, siccome sito tra la riviera ed il lungomare. Comprendo, naturalmente, che l’eterno cantiere napoletano prescriva disagio. Che ci sono ferite non rimarginate da circa un quarto di secolo, del tipo della piazza intestata ad un buon sindaco partenopeo, l’avvocato Nicola Amore. Ma è proprio questo che non va. Chi impersona una città – ed un sindaco ha questo gravosissimo onore e compito – non può andare in cerca di farfalle né sognare magnifiche sorti e progressive. Deve misurarsi con i problemi, seri e reali, che la sua comunità quotidianamente affronta. Deve tutelarne la dignità, deve proteggerla anche dalle tante disattenzioni e deve elevarla, assumendo come intollerabile il degrado. È abbastanza facile giocare con le parole ed attraverso d’esse creare illusioni, falsi nemici ed idoli polemici. È proprio della parola far vedere quel che non è presente. Il problema di chi amministra è però propriamente il presente. E la città ne sta vivendo uno, davvero difficile da deglutire, non in assoluto, ma solo perché le cose avrebbero potuto andare diversamente se la legge della concretezza – regola principe dell’amministrazione – fosse stata la stella polare della politica. Ma non l’è stata.

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