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Vogliono farci credere che è un Sanremo senza polemiche. Storie. Solo lo scorso anno (per citare un caso fra i tanti) le velleità di Platinette & Grazia De Michele (che pretendono adesso di fare il verso al Papa del “Chi sono io per giudicare un omosessuale?”) avrebbero provocato un vespaio. Va bene che la memoria festivaliera è corta, tanto quanto quella degli italiani, ma gli appassionati di canzonette non possono aver dimenticato le velenose invettive lanciate contro Povia. Reo, qualche anno fa, di aver proposto dal palco dell’Ariston un brano uguale e contrario. Cosa succede allora? Semplicemente stiamo assistendo al festival che sancisce la normalizzazione della baracca Rai. Un processo fortemente voluto dal direttore generale (in odore di “licenziamento” da oltre una stagione) e messo in opera da quello della prima rete, Giancarlo Leone. Che, per non correre rischi, ha tirato fuori dalla ghiacciaia l’irreprensibile Carlo Conti. Un conduttore fedele alla linea imposta (dagli altri). Ma soprattutto un aziendalista integerrimo, che in decenni di carriera ha accumulato una serie ininterrotta di “Signor sì, signore”. Insomma: l’uomo giusto al posto giusto, ma soprattutto al momento giusto. Il picco della normalizzazione s’è toccato nel cuore della serata di ieri, quando sul carrozzone hanno fatto la loro comparsa Albano e Romina. La (ritrovata) famiglia del Mulino Bianco più amata dagli italiani. Il suo ingresso ha coinciso con l’apoteosi dei buoni senti- menti. Perfino la vituperata Loredana Lecciso, sprofondata nel divano di casa, ha avuto un singulto emozionale. La coppia, risanata a suon di milioni, ha sparso tanta melassa da aggravare lo stato di salute dei diabetici attaccati al video. E accentuato l’agitazione degli addetti al Pronto Soccorso. Che sappiamo bene in quale stato di affollamento versano. Stasera, però, la musica cambia. È la volta nientedimeno che dei rapper. E in gara ci sono i più crudeli della Penisola. Leggete appresso con lentezza, per salvaguardare le coronarie. E rabbrividite. “Parlo diretto come sul dischetto. Almeno te l’ho detto sincero di petto: sei rimasto indietro, adesso non ti aspetto”. È il cuore pulsante del brano di Moreno. In esclusiva possiamo anticipare che, al primo ascolto, i fratelli neri delle rime baciate sono sbiancati. Peggio di Michael Jackson. Per il terrore. E nella certezza di dover cedere il passo alle formidabili invettive delle nuove leve italiane. Insomma: è il Sanremo del miele a tutti i costi. Buttato giù senza neppure l’accompagnamento di un rinfrescante bicchiere d’acqua. Fatto che, per natura, provoca disgusto e nausea. E a niente valgono le grida di dolore di chi chiede spezie diverse. Un po’ di pepe, ad esempio: per non morire soffocato dalla noia. Chi vi scrive lo ha pietito nel cuore della notte sanremese, rivolgendosi direttamente al direttore di rete dal salotto del “Dopofestival” di Gigi Marzullo. La risposta è stato un silenzio assordante. Che, a pensarci bene, se arriva dalla città del festival, può essere più significativo di una canzone.