Sabato 22 Settembre 2018 - 16:11

Comicità e satira oggi, un binomio stucchevole

Opinionista: 

Pasquale Mastrangelo

Dopo che la sagra sanremese avrà chiuso i battenti, lieviterà il numero di canoni pagati dai cittadini gabbati: perché, in fondo, a questo sarà servito l'italico concorso canoro propinato alla normale, naive e benpensante famiglia italiana tipo, ben addomesticata dal Conti che piace a tutti, dalle "míse"  improponibili per donne scialbe, dalle belle donne che sbiadiscono spontaneamente, e da comici di sufficiente talento, che continuano a contrabbandare la propria popolana comicità per nobile satira.
Le letture concettuali e metafisiche del fenomeno Festival si sono sprecate in questi giorni; i media non potevano certo cedere il passo allo share orgoglioso dell'esclusività Rai, con il complice beneplacito di Mediaset, perciò Conti, Arisa e le altre hanno furoreggiato sulle pagine dei quotidiani, di fianco alle tragedie etniche causate dall'estremismo islamico o dalla pazzia nazionalistica russo-ucraina, o all'emorragia senza fine delle vite dei migranti. Così va il mondo, "o tempora, o mores!" esclamerebbe ancora Cicerone, e decine di giornalisti, spesso senza idee o argomenti, geni incompresi, - ma solo perchè non si capisce di cosa parlino - hanno avuto il loro quarto d'ora di notorietà sul video, su twitter e sulla carta stampata.
Abbiamo appreso che non si può prescindere da un'Italia senza Sanremo, ammesso che qualcuno ne avesse chiesto l'annessione alla Francia insieme a Nizza; che il Festival è l'espressione più alta ed emotiva del sentimento di appartenenza di noi tutti alla Patria, panacea unica ed imprescindibile per il momento attuale di sconforto, dubbio nel futuro, di quei soldi, pochi, che si sciolgono come neve al sole e delle bollette da pagare, della carenza del credito a imprese e famiglie, delle tasse arroganti e asfissianti, della disoccupazione che è sempre da record, il doppio al Meridione, nonostante Renzi e le sue damigelle ci twittino altro: ma questo è un altro Festival, non di canzonette, di barzellette. Infatti l'unica battuta degna di nota di queste serate in fiore viene dalle ex Iene, Luca e Paolo: «...del resto basta prendere uno di Firenze metterlo in tv a dir cazzate e ci credono tutti!».
Un momento, troppo breve in verità, in cui si è annusato profumo di satira, e che ci porta alle considerazioni  che più ci interessano: la latenza della cultura della satira fra i comici di oggi.
Per uno come me cresciuto nel culto di Totò, Eduardo, Carlo Dapporto, Fabrizi e di Troisi e Benigni poi, diventa molto difficile accettare la pletora di comici, pseudoartisti che Rai e Mediaset ci sfornano con programmi gradevoli, dal format inossidabile e nazionalpopolare, come Zelig o Made in Sud e altri del genere, ma che appunto hanno in comune un unico obiettivo: la risata facile, sguaiata e popolana, che rinsaldi il senso di appartenenza al gruppo nei confronti del malcapitato di turno, sia esso un diverso per discriminante territoriale, etnica, sessuale o, peggio, per una anomalia psicofisica offensiva del comune, idiota, senso del bello!
Per rimanere in casa nostra, devo ammettere che il dramma dei comici napoletani, anche se riescono a divenire, da fenomeni di baraccone, campioni d'incassi, è il paragone continuo, tambureggiante e ossessivo con "mostri sacri" come Totò e Troisi, in particolare Massimo: troppo vicina ed immanente è la sua presenza mediatica e virtuale, il suo senso poetico e minimalista della cultura satirica che ha annullato i confini partenopei; la sua unicità, come quella di Eduardo e Totò, è talmente surreale ed iperreale che rende ogni performance di coloro che vegetano dopo di lui, una semplice, gradevole espressione di talento estemporaneo, ma quasi sempre costretta ad abusare a piene mani della vulgata grassa e volgare, della parola c... e della facile influenza lazzara.
Sfido chiunque a ritrovare, anche per sbaglio o distrazione, una tale caduta di stile e di espressione nelle battute di Massimo, Eduardo, Totò, Fabrizi e Dapporto e così via. Noi stiamo a celebrare, spesso solo per un mero sentimento campanilistico, ma anche nel panorama nazionale, comici, artisti sufficienti ma sempre banali e volgari, ben strutturati però nell'archetipo ideato dalla pubblicità mediatica ed editoriale, saltimbanchi moderni e momentanei che per la maggior parte delle loro performances, risultano vuoti, imbarazzanti e stucchevoli, anche se per mantenere il ruolo s'inventano mecenati di noti ospedali, mai di povera periferia, in modo che la notizia non sfugga al popolo acclamante.
Il mecenatismo pratico e silente di Totò è ormai leggenda, questo, come una foto sveltina con un bambino sovrappeso, è soltanto una furbata da marketing aziendale.                                                                                                      Pasquale Mastrangelo

 

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