Domenica 19 Novembre 2017 - 11:01

Cresce la sfiducia nelle istituzioni

Opinionista: 

Orazio Abbamonte

Che il voto siciliano sia stato un sintomo di disaffezione per la politica, è quasi banale osservarlo. Non solo e non tanto perché vi ha preso parte meno della metà degli aventi diritto, ma direi soprattutto perché - di questa - circa il 35 % ha espresso la sua preferenza per il M5S, vale a dire la formazione nata per dare espressione al disgusto per l’azione delle élites. Cosicché, fatti due conti, in Sicilia ha manifestato grave sofferenza in differente maniera oltre i 70 % dell’elettorato. Forse è un po’ rozzo accomunare chi, esacerbato, nemmeno si reca alle urne a chi, nutrito dallo stesso sentimento e però animato da abito mentale un po’ più fattivo ed ottimista, offre il suo mandato alla formazione capeggiata dal comico genovese. Forse è così, ma credo di non eccedere in interpretazione se assegno entrambe le categorie ad un comune, profondo senso di sfiducia. Sta di fatto che per una democrazia rappresentativa il quadro che attuale è francamente preoccupante. Del resto, come avrebbe potuto esser diversamente? Partiamo dall’alto. Questa legislatura s’è avviata assai male: con un Parlamento eletto sulla base di una legge dichiarata incostituzionale per il modo indecente in cui aveva riflettuto i soli interessi autoreferenziali della classe politica; e, ciò nonostante, quel Parlamento a tutt’oggi è in carica. Forte del suo rigore ha poi disarcionato del leader indiscusso dell’opposizione, sulla base di formalistiche interpretazioni del diritto che, anche ai cosiddetti incompetenti, hanno lasciato forte la sensazione, se non del sopruso, dell’impiego ad usum delphini, come un tempo si diceva, delle norme: ‘interpretate’ per gli amici, applicate duramente per i nemici. S’è quindi assistito alla creazione di formazioni politiche – quasi ininterrotta – dai nomi strani e fantasiosi, prive di qualsiasi base elettorale e di legittimazione fondata su interessi comunitari, unicamente intese a fornir da stampella ad improbabili carriere personali, abbinate ad indicibili interessi di potere; elezione e rielezione di Presidenti della Repubblica, le cui ragioni sono rimaste ignote ai più ed il cui principale merito è stato di portare alla conoscenza generale (ammesso ci siano riuscite) volti sconosciuti al demos, certificando che i giochi di Palazzo si fanno un baffo di quel che pensano – o semplicemente avvertono i cittadini. Proseguiamo ora dal basso. Entriamo in un ufficio comunale (conosco meglio quelli del Mezzogiorno, come i votanti siciliani, del resto) per chiedere una banale prestazione amministrativa. Prima d’arrivare alla stanza del competente – parlo, ovviamente, di medie – attraversiamo ambienti poco ospitali, osservando a destra ed a manca stanze poco laboriose (dico stanze, perché non è detto siano occupate) fino a giungere in quella che ci compete. Non voglio offender nessuno: ma difficilmente troveremo un volto, non dico sorridente (che sarebbe gradito ma non è richiesto) quanto almeno connotato da animo di disponibilità. In genere, saranno opposte svariate di difficoltà, derivanti da questa o quella legge (meglio, se una circolare), difficili da affrontare, ma non impossibili però da aggirare, con le dovute (e talora suggerite) maniere. Lasciamo l’ufficio comunale, ed entriamo in un frequentato nosocomio. È necessario stia qui a descrivere cosa vi si trova, due volte su tre? A parte la professionalità, spesso estrema, dei sanitari, il contesto sarà del più rattristante squallore, con insufficienza di uomini e mezzi, igiene precaria, attese interminabili, organizzazione quasi sempre inadeguata, in un contesto da cui continue pervengono notizie di sprechi, ruberie e malestri vari. Avanziamo nel nostro tour immaginario, dove ci è capitato d’incappare in qualcosa che non va, più o meno grave. E decidiamo fiduciosi di rivolgerci per la bisogna alla giustizia, civile penale o amministrativa, a seconda del caso: a proposito, il primo problema è d’individuare alla porta di qual giudice bussare, perché da noi le giurisdizioni, in barba alla Costituzione (peraltro equivoca sul punto) son parecchie e creano non pochi problemi, già solo per stabilire a quale sia il competente. Ma facciamo il caso di non sbagliare e d’azzeccare, come diceva un giudice noto, quella giusta (aggettivo che per la giurisdizione dovrebbe essere scontato). Siamo stati fortunati ad aver indovinato e siamo quindi certi di trovare giustizia, appunto. Nient’affatto. Non perché la giurisdizione non sia abitata da uomini dabbene: come in ogni ambiente ce ne sono tanti e lì, forse, in una percentuale maggiore, difficile dire. Ma nasce un problemino non dappoco: la vita umana è limitata da una condizione ineluttabile, il tempo. Ed il tempo pare non sia questione che possa farsi con la giurisdizione. Passa il primo, il secondo, il terzo ed il quart’anno. Ma nulla accade. Nel senso che della sentenza (civile, penale o amministrativa), nessuna traccia (a meno che non si tratti, per l’amministrativa, di appalti, cosa però per pochi ricchi). Devo continuare? Direi di no, anche perché la taccia di qualunquismo è dietro l’angolo. Però non mi pare difficile spiegare la parabola delle percentuali di partecipazione alle elezioni. Il voto è soprattutto una questione di confidenza, vale a dire di fiducia nelle istituzioni che così sono legittimate. Altro non osservo.

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