Sabato 15 Dicembre 2018 - 1:57

Cronache di una crisi profonda

Opinionista: 

Pietro Lignola

Cari amici lettori, i professori di diritto costituzionale ci insegnano che l’Italia è una Repubblica parlamentare e non una Repubblica presidenziale. Il motivo è ovvio: nelle repubbliche presidenziali, come gli Usa e la Francia, il Presidente della Repubblica è eletto direttamente dal popolo sovrano; in Italia, come nelle altre repubbliche parlamentari, il Presidente è eletto dal Parlamento. Questo comporta che il potere del Presidente è, per dirla con parole molto povere, di seconda mano e, quindi, più limitato. I primi presidenti avevano ben chiari i loro limiti. La rivolta cominciò con Cossiga, il picconatore; si trattava, però, di una rivolta formale, sia perché Cossiga era una persona molto corretta, sia perché all’epoca il sistema parlamentare, fondato sui partiti, era ancora molto forte, godendo della fiducia del sovrano. Poi venne Scalfaro; qui non approfondiamo perché parce sepulto, non sta bene parlar male dei morti. Un breve periodo di tregua, e poi arrivò Napolitano, il nemico numero uno di Berlusconi, che aveva con sé la fiducia del sovrano, ma non quella dell’eletto dagli eletti. Si arrivò, così, a quello che molti hanno definito un colpo di Stato, consistente nel togliere il governo a un eletto del Popolo per affidarlo a un rappresentante della finanza internazionale, nominato, per incomprensibili ragioni, senatore a vita. La sterzata verso un sistema presidenziale era così evidente, che Napolitano si guadagnò l’appellativo di re Giorgio I, non certo soltanto per essere il sosia dell’ultimo re d’Italia. Finito il regno di Giorgio I, doveva eleggersi il nuovo presidente e Matteo Renzi volle, fortissimamente volle Mattarella, non esitando a rompere il c.d. Patto del Nazareno con Berlusconi. Berlusconi non aveva tutti i torti a sospettare che Mattarella, sotto l’apparenza di un mite, silenzioso e imparziale professore, fosse avverso alla sua parte: l’attività politica pregressa del nuovo presidente nella sinistra democristiana e nel partito democratico rendeva legittimo questo sospetto. Ora non c’è dubbio che, in base alla Costituzione, il Presidente abbia la facoltà di affidare a chi vuole il compito di formare il Governo. Una consolidata prassi costituzionale, tuttavia, prevedeva che l’incarico fosse affidato al politico che, con le sue liste, aveva ottenuto il maggior consenso dagli elettori. I precedenti governi “tecnici” o “del presidente” non possono far testo, perché subentrati a un governo politico legittimato dalle urne e caduto (la prima volta per una crisi parlamentare, la seconda per ragioni extraparlamentari che solo gli ingenui possono fingere di ignorare). Ora, secondo questa prassi, Mattarella avrebbe potuto affidare l’incarico a Salvini (più ragionevolmente) o a Di Maio e spettava poi all’incaricato cercare in Parlamento i voti per ottenere la fiducia (fermo restando che in caso contrario poteva rinunziare o farsi bocciare). Mattarella, invece, ha rifiutato di dare l’incarico a Salvini, che glielo chiedeva insieme ai suoi alleati. Lo strappo, rispetto alla prassi, è quindi molto più grosso e allarmante, tanto più che viene dopo un astuto tentativo di rimettere in gioco il suo partito di provenienza, bocciato dal popolo sovrano. Io credo, di conseguenza, che l’operato di Mattarella costituisca, oggi, il maggior pericolo per la sopravvivenza delle istituzioni. Negare al Parlamento la libertà di scegliere il governo con l’arma della fiducia è, a mio avviso, un grave vulnus alla democrazia parlamentare. Non credo sia un caso che i mercati e lo spread, rimasti tranquilli per due mesi dall’inizio della crisi, diano forti segnali di allarme dopo l’ultima decisione presidenziale. In ogni modo, amici lettori, voi sapete che non sono un fanatico assertore di “questa” democrazia. Non sarò, quindi, io a fasciarmi la testa se la Terza Repubblica morirà in fasce. Il Presidente della Repubblica, però, non può pensarla come me. A lui spetta difendere le istituzioni, non sfasciarle.

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