Mercoledì 14 Novembre 2018 - 21:51

Dalla Chiesa l’appello in difesa dell’ambiente

Opinionista: 

Giuseppe Cacciatore

Ho a più riprese manifestato la mia fiera avversione nei confronti dell’attuale governo che sembra sempre più collocarsi sull’asse inclinato del nazionalismo becero e dell’attacco inaudito ai fondamentali diritti umani e sociali. Chi si aspettava dal successo dei pentastellati l’avvio di un nuovo modello di società preoccupato di sanare vecchie ingiustizie e di proporre una politica di sviluppo in grado di avviare a soluzione i gravi problemi della disoccupazione giovanile e del divario sempre più grande tra Nord e Sud del Paese, non può esser che deluso. Non tutto naturalmente può essere attribuito ai ritardi, ai continui rinvii e al gioco del cerino che quotidianamente si svolge tra un presidente del Consiglio sempre più frastornato e i due vice, con ammissione al gioco ogni tanto anche del ministro dell’economia. Bisogna ad onor del vero, risalire all’inizio degli anni 90, quando la sinistra moderata europea pensò che si potessero fronteggiare gli effetti della crisi economica, ma soprattutto sociale, con una politica di liberalizzazione e privatizzazione che nell’immediato ha toccato alcuni comparti fondamentali dell’industria a partecipazione statale e che ha progressivamente ristretto, se non annullato, la sfera dei diritti dei lavoratori, la fruizione di fondamentali aree del Welfare e dei servizi pubblici fondamentali, dalla sanità alla scuola, dai trasporti alla rete stradale (come drammaticamente sta emergendo dopo il crollo del ponte a Genova). Vi è poi un aspetto che, per la sua assoluta preminenza su tutti gli altri, viene colpevolmente trascurato o comunque soltanto enunciato e mai seriamente affrontato. Dobbiamo al Papa e alla stampa cattolica – senza ovviamente dimenticare l’opera di sensibilizzazione svolta da anni dalle associazioni ecologiste nazionali e internazionali – una coraggiosa presa di posizione che va al di là del generico appello in difesa dell’ambiente. L’editoriale di Massimo Calvi su “Avvenire” del primo settembre coglie con chiarezza il vero nocciolo del problema, quando intravede il rischio della rassegnazione tra coloro, singoli individui e associazioni, che hanno a cuore le sorti dell’ambiente e con esso le sorti del genere umano. Guai a pensare che la “causa ambientale sia persa in partenza e che l’incapacità di attuare riforme radicali nel modello di sviluppo dovuta all’avidità degli uomini abbia già scritto il destino della terra”. Il vero nodo problematico è che manca, a livello di grandi masse sempre più sorde ad ogni visione ambientalistica e sempre più dedite ad incrementare coi propri comportamenti danni talvolta irreparabili verso la natura, la consapevolezza dell’abisso verso il quale sta precipitando l’umanità. Bisogna sempre rendersi conto, come dice ancora “Avvenire”, che il mondo è sempre più diviso tra “chi si batte per salvare la Terra arrivando a considerare gli esseri umani un problema per la biodiversità, e l’universo rappresentato da Trump persuaso che il Pil e la Borsa si nutrono solo bruciando carbone e accendendo motori a gasolio”. Dalla Francia arriva la notizia delle dimissioni del ministro francese per l’ecologia Hulot, resosi conto della marginalità e della scarsa o nulla influenza dei suoi progetti per una reale “transizione ecologica”. Questo evento – ha commentato Laurent Joffrin giornalista di “Libération” - dimostra la fallacia di quelle posizioni che ritengono neutra l’ecologia, una causa comune a tutti i partiti. “La lotta per la natura è per sua stessa natura socializzante. Il macronismo cerca di conciliare il laissez- faire e l’ecologia, ma si tratta di un ossimoro politico, di un errore filosofico”. Insomma, non c’è lotta ecologica che tenga, se non sia anche lotta per trasformare radicalmente la struttura economica e sociale che sta all’origine dello scempio e del depauperamento delle risorse naturali.

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