Domenica 21 Ottobre 2018 - 6:44

De Mita e Bassolino: chi è “eterno” e chi no

Opinionista: 

Ermanno Corsi

Non basta la soglia dei 90 anni per fermare la “corsa” del leader nazionale- irpino ora sindaco di Nusco (tra le valli dell’appennino meridionale, piccolo per quantità abitativa, ma “grande capitale politica” nella seconda parte del ’900 e in questo primo 21esimo secolo). Basta invece la soglia dei 71 anni, il prossimo 20 marzo, per l’addio (che appare definitivo) alla politica militante da parte dell’ex sindaco di Napoli ed ex Governatore della Campania (natali ad Afragola che, con i suoi 65mila abitanti, si trova nel cuore dell’antica Campania felix lungo la piana dei Regi Lagni). Ai poco più di 4mila nuscani sembra bastare il “balcone dell’Irpinia” che consente di guardare lontano; agli afragolesi dà inquietudine, invece, la mega struttura dell’alta velocità, ideata da Zaha Hadid, creatrice, almeno finora, più di problemi che di soluzioni. *** COMPARAZIONI IMPOSSIBILI. Sì, è vero. Ma la tentazione è forte proprio perché si tratta di due personaggi distinti e distanti anni luce. Nel passare dall’uno all’altro occorre, perciò, chiedere il permesso a due grandi scrittori dell’antichità latina: a Virgilio per il suo “si parva licet componere magnis” (Georgiche) e a Tito Livio per l’“absit iniuria verbis” (le Storie). Singolari destini: a Nusco il patrono è Sant’Amato, primo vescovo dell’anno mille; con lui, noto per “santità e dottrina”, si apre l’elenco dei 30 nomi più legati al paese, elenco che si chiude con Ciriaco De Mita, famoso per la “passione” portata nell’esercizio della politica. Anche Afragola ha un elenco di 10 nomi illustri e non manca Antonio Bassolino. Ma se si chiede qual è il più prestigioso, si sente subito fare il nome di Toni Servillo. *** I 7 DELL’ORSA MAGGIORE. Per carità, niente a che vedere con il film (1953) di Duilio Coletti. Il riferimento è ai “magnifici” avellinesi che smaniavano, finita la seconda guerra e avviata la ricostruzione, di conquistare spazi nella vita politica. Un “ensemble” di tutto rispetto guidato da Ciriaco: Gerardo Bianco, Giuseppe Gargani, Nicola Mancino (fu presidente del Senato e presidente supplente della Repubblica), Salverino de Vita, Antonio Aurigemma, Biagio Agnes (potente direttore della Rai di cui si definiva il numero uno, ma con Enzo Biagi che, con voluta ironia, precisava: sì, in ordine alfabetico). La loro prima “guerra” la fecero contro il “nemico” che avevano in casa. Bisognava far fuori Fiorentino Sullo che, con più anni di loro, era già molto avanti sul piano nazionale. Lo scontro definitivo avvenne quando il Parlamento discuteva la legge urbanistica. Sullo puntava ad abolire, dopo 90 anni di possesso, il diritto di proprietà. Ma proprio in quel momento la Dc decideva chi doveva essere, in Irpinia, il numero uno. Per non mancare alla riunione, Sullo si dimette da ministro dei Lavori Pubblici. Esce sconfitto e il suo astro si oscura. *** ASCESA IRRESISTIBILE. Forte di studi all’Università Cattolica di Milano e di intelligenza raziocinante-operativa, De Mita compie passi progressivi: deputato a 35 anni, presidente del Consiglio nazionale Dc e segretario generale (accanto ha Sergio Mattarella), 4 volte ministro (vara le prime domeniche senza benzina). Pragmatico nella guida del partito (suo il teorema che i voti non si valutano ma si contano) regge all’urto dei socialisti di Craxi. Con lui presidente del Consiglio, patteggia la Staffetta: due anni e mezzo di governo a testa. Ma il leader socialista prima ci sta e poi non riconosce l’accordo (da allora la favoletta “non dare mai la mano a un socialista perché non te la restituisce”). De Mita arriva a Palazzo Chigi, ma non sono rose e fiori. Un’elezione politica non gli va bene. Conia lo slogan “decidi Dc” e gli elettori dispettosi l’intendono “recidi Dc” che perde un bel po’ di voti. È invece uno stratega quando si vota (1985) il successore di Pertini al Quirinale. Mette d’accordo tutto l’arco costituzionale e Francesco Cossiga è eletto al primo scrutinio (mai accaduto). E pensare che lui, sempre mossosi tra De Gasperi e Moro, poteva salire al Quirinale. Aveva il pieno consenso di Alessandro Natta, segretario del Pci. Ora ci scherza sopra: «Non fu possibile perché io amo parlare e il Presidente della Repubblica deve stare zitto quanto più può». *** FATTE LE DEBITE DIFFERENZE. Solo così si può dare uno sguardo al curriculum di Bassolino. Il suo esordio è alla Sala dei Baroni consigliere regionale a 23 anni, eletto a dispetto del partito che lo aveva messo in lista solo per “bruciarlo”. Alla prima seduta è sui banchi contrapposti alla Dc. Il cronista ricorda il suo tono di fuoco: “Democristiani, vi odio tutti”. Fa carriera e arriva alle Botteghe Oscure. Durante una Direzione nazionale Giancarlo Pajetta (da un libro di Guido Quaranta, noto giornalista parlamentare) lo zittisce apostrofandolo “rivoluzionario alle vongole”. Sindaco di Napoli (il Centrosinistra voleva il filosofo Aldo Masullo), si vanta del G7 mentre tutto il merito del riassetto, a cominciare da piazza Plebiscito, lo si deve al prefetto Umberto Improta. Per un breve tempo è ministro del Lavoro (le sue dimissioni poche ore dopo l’assassinio del giuslavorista Marco Biagi). Diventato presidente della Regione, il socialista demartiniano Pietro Lezzi lo rimprovera d’essersi fatto chiamare “Governatore” qualifica disdicevole per un comunista perché di risonanza colonialista e imperialista. Ma Bassolino ha ben altro di cui preoccuparsi: le rogne giudiziarie per i rifiuti e l’alluvione del Sarno. Di fatto la Sinistra gli volta le spalle: prima il Pd, ora i Liberi e Uguali dei presidenti Grasso e Boldrini. Vana la sua ripetitività del “chiedo rispetto per la mia storia”. *** DESOLATO AMARCORD. “Venne il tempo/ che ci augurammo/ un Sindaco/ di alto profilo/. Dovemmo accontentarci/ di un Sindaco bassolino/. Allora pensammo/ a ciascuno il suo destino/”.

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