Venerdì 19 Ottobre 2018 - 10:09

Def(icienti) del popolo e kamikaze del debito

Opinionista: 

Vincenzo Nardiello

Eccola. Finalmente. Sta qui, sulla scrivania. È una settimana che si parla di questa benedetta Nota di aggiornamento al Def. Fine delle illazioni, ora ci sono i numeri veri. Curiosi, eh? Dite pure, cosa volete sapere? Ah, certo. Il piano d’investimenti pubblici aggiuntivi per il 2019. Avete ragione. In mezzo a tutta questa spesa corrente, tra redditi e pensioni di cittadinanza, è l’unica misura in grado di generare un po’ di Pil. Dunque, vediamo… Uhm… Porca vacca! Il numero preciso non c’è! Non si trova! Incredibile: 138 pagine di chiacchiere e hanno dimenticato d’indicare gli investimenti aggiuntivi per il 2019? Avevano detto che sarebbero stati 15 miliardi in 3 anni. Poi, dopo il taglio del deficit per il 2020-21 erano scesi a 11. Infine avevano garantito che sarebbero stati 15. Si attendeva il documento ufficiale per questo, ma qui il numero per il 2019 non c’è. L’unico è quello a legislazione vigente. Si dice solo che l’obiettivo è portare il rapporto investimenti pubblici/Pil al 2,3% nel 2021 e al 3% entro la fine della legislatura. Sì, campa cavallo. Vabbè, niente paura: saranno stati «quei pezzi di merda» del ministero dell’Economia (copyright Casalino). Il tempo di sistemarli e ci diranno a quanto ammontano gli investimenti in più per l’anno prossimo. Volete sapere altro? Ah, già. Ovviamente morite dalla voglia di scoprire quanto valgono i tagli di spesa. A parte il condono, sono le uniche coperture non in deficit. Mancano 13 miliardi, a tanto dovrebbero ammontare. Dunque vediamo, ve lo diciamo subito. Ma… ma non è possibile! C’è scritto solo che circa 3,4 miliardi arriveranno dalla solita sforbiciata ai ministeri «e altre revisioni di spesa», mentre aumenteranno gli acconti delle tasse. Preparatevi a pagare. Ragazzi, mi dispiace. Questi numeri non ci sono. In compenso c’è scritto che il Pil crescerà dell’1,5% nel 2019 e addirittura di più nel 2020, quando è previsto il rallentamento dell’economia globale. Fantastico, no? La cosa che più conta, però, sono le promesse. Quelle sì che ci sono tutte. Un po’ ridimensionate rispetto alle attese - le riduzioni fiscali sono diventate un brodino, altro che flat tax - ma ci sono. E ogni promessa, si sa, è debito. Pubblico, ovviamente. Spiace deludervi, ma ciò che rende questa manovra economica un azzardo è l’idea che l’economia possa crescere aumentando spesa corrente e sussidi. Intendiamoci, nulla di nuovo. Dopo aver vagheggiato coperture inesistenti per poi varare l’ennesimo condono, ai nostri compañeros falliti non resta altro da fare che percorrere la strada sinistra che ci ha portati fin qui: il deficit spending. In tre anni faranno 80 miliardi di debito pubblico in più. Segnatevelo. D’altra parte, se la manovra ha preso il plauso di gente come Fausto Bertinotti e Marco Rizzo qualcosa vorrà pur dire. O no? Perseverare nella politica che ci ha regalato il terzo debito pubblico del mondo per distribuire redditi di povertà e sussidi non è solo diabolico: è irresponsabile. Perché a partire da gennaio la Bce smetterà di acquistare Btp, lasciandoci senza alcuna protezione nei confronti della speculazione finanziaria. Ora, credere che il Pil possa correre nel 2019 così tanto come dice il Governo, facendo leva su misure assistenziali che fanno esplodere la spesa corrente, è un’illusione buona a infinocchiare i creduloni. Per crescere serviva uno choc fiscale. Invece Salvini ha dimenticato le promesse fatte: mentre per reddito di cittadinanza e pensioni ci sono 17 miliardi, per meno tasse alle partite Iva i miliardi sono solo 2. La verità l’ha detta il Che Guevara dei Cinque Stelle, Alessandro Di Battista: «È la manovra più di sinistra degli ultimi 30 anni». Appunto. Tenetevela.

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