Venerdì 15 Dicembre 2017 - 18:45

Della vergogna o del pudore

Opinionista: 

Umberto Franzese

Di esibirla bisognerebbe con maggiore cura perché assai facilmente viene a mancare. Ma quanti hanno a cuore di mostrarne? Che preziosa essa sia non è facile rendersene conto. Ci si tiene lontani dal manifestarla per disprezzo, per fastidio, per spiccato esibizionismo a mostrarsi perché sfacciati, per distinguersi da quelli che rigano dritto, per stupire, per scelte di comodo, per apparire fortemente disinibiti, per poco rispetto di se stessi e degli altri. La vergogna è un sentimento delle società forti, ricche di valori, gelose dei propri principi. E, invece, giorno dopo giorno, assistiamo sempre più a manifestazioni assai disinvolte; in tempi andati incomprensibili, estranianti, incoerenti, spudorate. Hanno di che vergognarsi e non lo fanno; politici che non hanno alcun ritegno a cambiare come cambia il vento, a tradire i propri impegni, il proprio credo, a perdere la faccia nel turpiloquio affrontando l’avversario di turno con espressioni improprie; pseudo giornalisti o meglio gazzettieri attenti più a scandalizzare con false informazioni che con notizie reali; uomini e donne di spettacolo pronti più a servirsi di oscenità che di arte pura e semplice. Non si vergogna neppure chi è incorso nei rigori della legge, spacciando egli per bene ciò che è male. Non essendo più la vergogna forza educatrice non c’è necessità di lavare via l’onta in un contesto che manda in fumo i criteri reali di valutazione. Nel Paese un disinteresse sempre più diffuso per la rettitudine, per la liceità, per la pulizia. Una maniera socialmente sfrontata per avallare modi di essere che fanno tendenza, ma che creano sconcerto in coloro che pensano e agiscono secondo regola. La vergogna, virtù sociale, diviene così debole criterio di valutazione della dignità personale. Pure senza vergogna, senza un minimo di pudore, una società si corrompe, decade rapidamente perché fondata su quel sentimento sgradevole che fa leva sull’errore e uno scriteriato orgoglio da menefreghista. Io mi vergogno perché il mio vantaggio non scaturisce né dalla diversità né dalla distinzione. Mi vergogno perché ho rispetto della tolleranza, della saggezza, del disinteresse, della coerenza, della dignità. Così si pensava, si argomentava un tempo non troppo lontano. Ma così oggi non si ragiona né si agisce. Oggi ci si vanta di ciò di cui ci si dovrebbe vergognare. Non si pensa alla propria buona reputazione. Si va avanti a spron battuto convinti che ad avere la meglio è chi è più svelto, più spudorato, più sfacciato, sfrontato. Vince chi non teme alcun giudizio malevolo, alcun rimprovero, chi non vuole dar conto del suo modo di comportarsi. Importante è raggiungere un obiettivo soprattutto se con mezzi illeciti, conquistare una posizione comoda e di prestigio senza pagare alcuna sanzione. Il perché è presto detto: perché senza la percezione della colpa e la certezza della pena perde ogni efficacia qualsiasi pallida idea di provare vergogna. E quale vergogna prova chi va a lavare i suoi panni sporchi in televisione? Chi è abituato a raccontare i suoi vizi privati come se fossero virtù da esaltare? Opportunismo, scorrettezza, arroganza, doppiezza, mancanza di pudore: sentimenti spuri che diventano sempre più criteri morali giudicati scaduti, obsoleti. Impera una voglia incontrollata di sopraffazione, di rottura, di cancellazione del bello, del meglio, del merito. Nessuna riservatezza, non private, intime emozioni. Nessuna vergogna, nessun pudore se non si vuole correre il rischio di essere nessuno, di non apparire, di arrivare tardi. E allora? Perché mai provare vergogna? Vergogna. Vale soffrire e lottare per costruire una società giusta, una società ideale?

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