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In questi giorni ricorre il settantesimo anniversario del sacerdozio di monsignore Gennaro Iavarone, mitico parroco della bellissima Basilica di Santa Maria di Costantinopoli, presso l'omonima via nel pieno centro storico di Napoli. Luogo ricco di testimonianze del passato, dove, oltre alle mura greche, erano collocati, nel sottosuolo, anche i ricoveri antiaerei in cui, durante i bombardamenti dell’ultima guerra mondiale, si rifugiavano molti abitanti della zona e, tra essi, mia madre che mi portava in grembo. È lì, infatti, che sono nato e dove, al fianco di un burbero ed autoritario parroco, ormai anziano, monsignor Luigi Martorelli, veniva destinato, quale suo vice, proprio Don Gennaro Iavarone. Per noi bambini fu la salvezza: il clima di severità, che sino a quel momento aveva regnato in parrocchia, veniva spazzato dalla fresca ventata di gioventù portata dal nuovo pastore. Don Gennaro mai più avrebbe lasciato quella Chiesa, sino a prenderne direttamente le redini alla morte del vecchio parroco, distinguendosi per l'impegno e la solerzia con cui riuscì a renderla più accogliente e funzionale, oltre che per la bonomia, l'umiltà e la rettitudine con le quali ha saputo guidare la comunità dei fedeli. In occasione di questo importante anniversario, partecipato da Sua Eminenza Crescenzio Sepe - per il quale non ringraziamo mai a sufficienza "Colui" che lo ha mandato fra noi - ed organizzato con brillante efficienza ed amore dal nuovo parroco di Sant’Agnello Maggiore in Santa Maria di Costantinopoli, Don Orlando Barba, voglio confessare alcuni "peccati" commessi, all'epoca, insieme al giovane Don Gennaro. E ciò non per spirito di espiazione, ma per rendere un doveroso omaggio ad un uomo votato al sacerdozio, che mi è stato di grande insegnamento, prodigo di buoni consigli ed amorevole conforto, sempre vicino ai giovani ed alle loro esigenze. Ebbene sì, osavamo andare in barca a Mergellina, insieme ad altri bambini che, altrimenti, non avevano altra possibilità di fare un bagno estivo; dove, per non scandalizzare gli astanti, ci impegnavamo a celare l'identità del prete, misurando bene gli appellativi. In alternativa, quale movida ante litteram, alcuni di noi avevano la fortuna di andare con "lui" alla colonia marina. Inoltre, partecipavo intensamente, anche alle "stese" dell'epoca, ovvero a quelle attività per ragazzi organizzate, con nostro piacimento, dall'azione cattolica. Sì, io facevo parte delle "baby gang" che si riunivano nella sacrestia della parrocchia - la mia era quella dei "chierichetti", cioè di coloro i quali servivano messa, perché ritenuti meritevoli di tale privilegio - sfidandosi tra loro in tornei di biliardino, ping pong, dama e shangai. Erano, quei giochi, le nostre "dipendenze" dell'epoca, niente a che vedere con il "gaming disorder", il "cyberbullismo" e la "nomofobia" di cui sono affetti i giovani d'oggi. Divenuto io adulto, Don Gennaro continuò a seguire il mio cammino fino alla celebrazione del matrimonio da lui officiato e festeggiato in sagrestia insieme a soli sette invitati. Oggi, perciò, ho voluto confessare a me stesso questi peccati, perdonandomeli, insieme ad altri peccatucci dai quali, invece, non mi sono ancora assolto. Auguri Don Gennaro, oggi novantacinquenne forse un po' rimbambito, come lui stesso si definisce, ma sempre circondato dal caloroso affetto del sottoscritto e degli altri ragazzini, miei complici, che, per l'occasione, ho rivisto, con piacere, dopo cinquant'anni dall'addio alla mia bella strada di nascita, un tempo chiamata la "rue de la antiquités".