Mercoledì 19 Dicembre 2018 - 7:16

E ora è affar loro? No, è affar nostro

Opinionista: 

Orazio Abbamonte

Può apparire un paradosso che il voto politicamente più marcato della storia dell’Italia repubblicana dopo lo scontro tra il Blocco Frontista e la Democrazia Cristiana di Alcide De Gasperi del 1948, sia anche quello più
evidentemente antipolitico, se non addirittura impolitico. Che sia il voto più connotato dopo settant’anni di vita italiana, è difficile dubitare. Con esso gli elettori hanno evidentemente inteso, come suol dire, voltar pagina. Gran parte dei meccanismi d’aggregazione del consenso che fino ad oggi avevano fortemente condizionato le elezioni italiane – familismi, clientele, le stesse basi ideologiche – sono all’evidenza saltati: basti pensare, solo fare esempi lucenti, al rovinoso precipitare del rampollo di casa De Luca in quel di Salerno ed alla crisi profonda dell’unico partito che ancora si supponeva tale, per ancoramento ideologico ed organizzazione della macchina, il Pd. Evidenze probanti – per quanto in politica si possa parlar di prove – che in questa tornata le tradizionali reti di trasmissione del potere e d’aggregazione del consenso sono salate; e gli elettori hanno deciso al modo ch’è ditta dentro, insomma secondo quanto hanno ritenuto il loro primario interesse politico: vale a dire l’eliminazione della dirigenza in carica. Nemmeno quello straordinario comunicatore di Silvio Berlusconi – ma su di lui hanno gravato molteplici ipoteche – è riuscito a dirottare il voto dalla radicale contestazione: è solo stato, da abile stratega, capace di convogliarne una quota dalla sua parte, attraverso l’alleanza con il partito di Salvini; ma il disegno ha potuto realizzarsi parzialmente (almeno per ora), perché la Lega ha portato a sé la quota maggiore dei consensi e quindi il capo di Forza Italia sta assaggiando per la prima volta l’acre sapore dell’esser secondo (almeno per ora). In realtà, si tratta d’un paradosso solo apparente. Questo voto così politico e così ad un tempo antipolitico, antipolitico lo è apparentemente. Perché non è affatto un voto contro la Politica, anzi dà massimo valore alla politica (prima della rivoluzione). È un voto contro un aggregato mal composto d’improvvisati politicanti, di soggetti i quali hanno ritenuto che all’effettiva intelligenza delle difficilissime conflittualità di cui si costituiscono le società contemporanee, potessero sostituirsi, e per lungo tempo, luoghi comuni e slogan, battute e giochi (banali) di parole, incapaci di qualsivoglia presa sulla realtà, scottante e magmatica dell’attualità. La classe politica uscita distrutta dalle elezioni – vien qui da usare proprio uno di quei terribili slogan, “rottamata”, che si sono ironicamente rivoltati contro i loro stessi autori- apprendisti stregoni – è stata, quant’altre mai, capace di calamitare intorno a sé un odio sociale, come difficilmente in passato sia mai avvenuto: forse solo appena dopo tangentopoli, ma quello era un fenomeno immaturo, indotto dall’intervento d’una burocrazia (giudiziaria); questa, invece, è stata vicenda di squisita scaturigine politica. E mentre quella classe politica è riuscita ad attrarsi l’avversione massima della comunità, il M5S per parte sua è stato capace d’intercettare trasversalmente ogni forma di disagio. Ovviamente, assai più grazie all’odio che all’amore nei suoi confronti, come mostra il pieno dei voti realizzato anche candidati espulsi ancor prima che le elezioni si celebrassero. Ed ora? Ed ora io credo si stia nelle peste. La rappresentanza parlamentare del Movimento vittorioso ricorda molto l’antonomastica armata Brancaleone. Ma non solo a me o a tanti altri, bensì direi al Movimento, dato che la prima regola imposta alla sua deputazione in occasione dell’aurorale riunione nel lussuoso Hotel Parco dei Principi con affaccio su Villa Borghese, è stata la consegna del silenzio. Incredibile dictu, il Movimento più democratico che divieta la libertà di manifestazione del pensiero (se non erro, articolo 21 della Costituzione) alla propria rappresentanza parlamentare, che gode dell’immunità sul punto, proprio per assicurare alla Repubblica un luogo in cui possa dirsi la verità senza tema di denunzie o querele. C’è qualcosa, se mal non vedo, che torna poco e mal promette. Quanto al Salvini, è mia impressione che, se non si ripone sotto l’ala protettrice del suo mentore Berlusconi, farà breve percorso. Ma, come sempre, è molto facile sbagliare nelle previsioni della politica, dove contano tante cose, soprattutto l’irrazionalità dell’azione umana. Certe sono solo le profonde sconnessioni del Paese, all’interno delle quali possono inserirsi i più imprevedibili disegni. L’ultimo dono che la crollata dirigenza politica ha lasciato all’Italia è stata una delle più incomprensibili ed inadeguate leggi elettorali, affidata da chi annaspava ad improbabili ragionieri. Sarebbe bello poter dire: ora è affar loro; ma purtroppo dobbiamo riconoscere che è proprio affar nostro.

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