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I numeri, a volte, possono dire tutto e il contrario di tutto. Prendiamo, ad esempio, il dato sull’incidenza dell’estero sul fatturato della regione Campania. Si tratta di appena il 10,3%, distante anni luce dal 27,1% della media nazionale e nettamente inferiore perfino al 12,3% del Mezzogiorno. La Campania, insomma, esporta poco. Ma, come sottolinea l’ultimo report di Srm in collaborazione col Banco di Napoli, è anche la regione in cui le esportazioni stanno crescendo a ritmi superiori a quelli del resto del Paese. Nel primo trimestre 2018 l’incremento è stato dell’8,3%: meglio, molto meglio del 3,7 del Mezzogiorno e del 3,3 della media nazionale. Al momento, la Campania vende fuori confine valori per 2,6 miliardi di euro, il 22,3% dell’export complessivo del Mezzogiorno. Il primo elemento confortante è che la rilevazione gennaio-marzo 2018 non costituisce una parentesi felice, ma si pone in continuità con un trend di crescita che in Campania si sta confermando in questi ultimi tempi. La seconda nota felice, e qui siamo al paradosso iniziale, è che proprio il ritardo campano può rappresentare ora un vantaggio. In altre parole, se il sistema impresa locale ha avviato finalmente un processo strutturato di internazionalizzazione, vi sono amplissimi margini di miglioramento. Vi è da considerare, inoltre, che la Campania vende magari ancora poco, ma lo fa ovunque nel mondo, in ben 185 paesi. E che a trainare la crescita sui mercati globali vi sono anche comparti altamente innovativi, come l’aerospazio, l’automotive e il farmaceutico. Accanto a questi, un’industria agroalimentare sempre più performante e alcuni tra i cavalli di battaglia del made in Italy, a partire dal sistema moda. L’eccellenza e la capacità di anticipare il futuro sono caratteristiche che si ritrovano, insomma, nell’imprenditoria campana e che possono far sì che, nel prossimo futuro, la base produttiva stessa possa consolidarsi e rafforzarsi, riducendo la dipendenza da altre aree e favorendo indirettamente la stessa attrattività del territorio per investimenti dall’estero o da altre aree dello Stivale. Il limite attuale sta proprio nei numeri. Bisogna a tutti i livelli sviluppare politiche che favoriscano la crescita dell’imprenditoria, al passo con l’evoluzione tecnologica e la qualità di prodotti e servizi. Accompagnando in questo itinerario virtuoso anche comparti come l’artigianato, che spesso, proprio a causa degli insufficienti standard di internazionalizzazione, stentano più di altri a imboccare la strada della ripresa.