Mercoledì 19 Settembre 2018 - 21:26

Felicori va in pensione: quando la politica è out

Opinionista: 

Giovanni Lepre*

Il merito è di destra o di sinistra? O, semplicemente, è da apprezzare, ovunque si palesi? Me lo chiedo, pensando a quanto potrà succedere a fine ottobre, alla Reggia di Caserta, dopo che Mauro Felicori “consegnerà le chiavi” e, di sicuro senza restare con le mani in mano, se ne andrà dignitosamente in pensione. Ha assunto l’incarico alla guida della reggia vanvitelliana nel 2015, quando a fine anno i visitatori risultavano intorno alle 250mila unità. Da allora è stato un crescendo, ma Felicori si è di recente rammaricato di un traguardo solo sfiorato: al 31 dicembre 2018 si toccherà probabilmente quota 900mila e non il milione che aveva sognato. Direi che possiamo perdonargli quel pizzico di eccessivo ottimismo. Poche settimane dopo aver preso le redini della cavalla casertana, alcuni addetti gli si rivoltarono contro con un’accusa inconsapevolmente ridicola, che in realtà finì per rafforzarne la posizione: il direttore lavorava troppo. Uno degli ultimi atti del suo mandato casertano, ahinoi, è stato il licenziamento di personale assenteista, accusato di emulare i tanti loro colleghi etichettati con la pittoresca espressione di “furbetti del cartellino”. Non sembra, per ora, che quei signori abbiano trovato difensori pugnaci, neppure tra le fila del sindacato. Se davvero non lavoravano, erano di destra o di sinistra? O, semplicemente, degli scansafatiche? Sottolineo l’irrilevanza dell’appartenenza politica in occasioni come queste, anche perché il futuro pensionato Felicori è stato scelto dal precedente governo di centrosinistra e si appresta a essere sostituito da quello attuale, pentastellato. L’auspicio è che si possa trovare, non dico un clone, ma qualcuno che dimostri nei fatti di saper ottenere gli stessi risultati. Viviamo un’epoca di transizione, di mutamenti politici e di messa in discussione di alcuni valori. Tutto legittimo e plausibile, il mondo va avanti, evolvono costumi e tradizioni. Ma, per tornare al quesito di partenza, certe qualità, determinate capacità, se pure a volte si indirizzano su scelte opinabili, non possono essere negate. Sergio Marchionne era un grande manager, riconosciuto all’estero più ancora che in Italia. Dove qualcuno lo ha tanto avversato da perdere il posto di lavoro per essere andato fuori dalle righe, impiccando un fantoccino che avrebbe dovuto rappresentarlo. Forse Marchionne era di centrodestra. Agli inizi della sua avventura in quella che allora si chiamava ancora Fiat, lo accreditavano di simpatie per il centrosinistra. Di sicuro era un uomo capace.

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