Martedì 14 Agosto 2018 - 19:38

Gli storici “bassi”, vergogna napoletana

Opinionista: 

Gerardo Mazziotti

Me ne occupo da alcuni decenni ma non sono mai riuscito nell’intento. Chissà che stavolta non sia la volta buona. Esiste a Napoli una singolare condizione abitativa. Limitata è vero, ad una parte della popolazione ma che, ciò nondimeno, non ha riscontro in nessun altra città italiana. Terranei generalmente monolocali, ammezzati e non, dotati di una sola apertura sulla pubblica strada che funge da ingresso e da fonte di luce e aerazione; con precarie tramezzature per separare alla meglio i letti dalla cucina, dal gabinetto e dal pranzo; dove la promiscuità è una connotazione ineliminabile e dove la salubrità, l’aria, la luce e il sole, sono aspirazioni inappagabili; surrogate, non di rado, da quanto di meglio la tecnologia può offrire in materia di frigoriferi e di televisori. Mi riferisco ai famosi “bassi”. Sui quali non ho alcuna intenzione di aprire una disquisizione semiologica sulla terminologia più appropriata e nemmeno una discussione sul loro numero esatto. Devo comunque registrare che non tutti ritengono attuale il censimento Istat del ‘91 che ha contato 10.914 “bassi”. Ma fossero 7mila, come sostiene il Servizio degli interventi nel Centro storico, o 5emila o soltanto qualche centinaio, si tratta in ogni caso di una condizione abitativa oggettivamente invereconda, indegna di una città civile e men che meno di “una città d’arte e di cultura e di turismo”. Come che sia un fatto è certo. Alcune decine di migliaia di napoletani vivono nei “bassi” del Pendino, della Vicaria, della Duchesca, di Forcella. E in quelli di via Egiziaca a Pizzofalcone e del Pallonetto Santa Lucia, a pochi passi dalla piazza Plebiscito e dal Palazzo reale. Secondo molti storici i “bassi” sono presenti nel tessuto urbano della Napoli greco- romana e sono stati tramandati nella città normanna, e poi sveva, angioina, durazzesca, aragonese, borbonica, giacobina e infine in quella savoiarda. Fino alla Napoli dei nostri giorni. Una vergogna cittadina che solo negli anni ‘30 si è cercato di cancellare (a dispetto della deleteria letteratura sul folclore, la umanità, la solidarietà sociale e la vivacità dei bassi). Si deve, infatti, all’alto commissario Castelli la decisione di eliminarli attraverso la realizzazione, concordata con l’Istituto Case Popolari, di alloggi dignitosi e confortevoli all’interno dei rioni Vittorio Emanuele, Principe di Piemonte e Luzzatti. La decisione si inseriva nel programma di grande rinnovamento di quegli “anni d’oro” dell’urbanistica e dell’architettura a Napoli. Gli anni del Ventennio che gli antifascisti trinariciuti cercano di far dimenticare. I palazzi delle Poste, delle Finanze, della Provincia e dei Mutilati al nuovo rione Carità, la Stazione Marittima e la stazione ferroviaria di Mergellina, la Mostra Triennale delle Terre Italiane d’Oltremare con la funivia Posillipo-Fuorigrotta, il complesso Ciano per gli scugnizzi, gli ospedali collinari (il XXIII marzo oggi Cardarelli e il Principe di Piemonte oggi Monaldi), la nuova sede del Banco di Napoli, la funicolare centrale. A ricordo di quella grande operazione di bonifica edilizia e sociale furono murate in testa a ciascuno dei “bassi” delle lastre marmoree con la scritta “Comune di Napoli-Terraneo non destinabile ad abitazione”. Ancora oggi visibili in testa alle migliaia di terranei che, a dispetto del divieto, sono adibiti ad abitazione. Con la complicità delle autorità sanitarie cittadine. Ed anche del mondo culturale, accademico, professionale e imprenditoriale che su questa condizione abitativa trogloditica non ha mai espresso indignazione e protesta. Resta senza spiegazioni il fatto che nessuna delle amministrazioni che si sono succedute a Palazzo San Giacomo dal dopoguerra ad oggi ha mai pensato di ripetere l’operazione degli anni Trenta. La presenza dei “bassi” costituisce una vergogna per una città famosa nel mondo per la bellezza del suo golfo e del suo lungomare e per l’importanza del suo centro storico, della sua Università e per i suoi Istituti culturali. Il sindaco Luigi de Magistris parla continuamente di “una città rinata e meta di turisti da tutto il mondo”. Ma non capisce che non c’è “rinascita” fino a quando una sola famiglia napoletana sarà costretta ad abitare in un “basso”.  

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