Martedì 25 Settembre 2018 - 14:18

I licenziamenti flop del sindaco de Magistris

Opinionista: 

Orazio Abbamonte

La vicenda che ha visto contrapporsi nuovamente Luigi De Magistris a Stefano Caldoro ha ancora una volta dato prova luminosa dell'incapacità politica del sindaco di Napoli. Si può certamente perdere una partita, questo fa parte del gioco di potere. Nei conflitti che lì continuamente si generano, nessuno sa mai se riuscirà a prevalere, e la politica è animata sempre da uomini con indispensabile e forte carica d'ambizione. Ma bisogna almeno saper giocare, e soprattutto saper scegliere quando ingaggiare la partita, se si è in grado di farlo; altrimenti si finisce in graticola. Luigi De Magistris aveva ritenuto di defenestrare Adriano Giannola – non l'ultimo arrivato, ma economista di vaglia e uomo con importanti relazioni nel mondo bancario – licenziandolo per così dir su due piedi dalla presidenza del teatro Mercadante. La decisione, di per sé apparsa sproporzionata, inelegante e senza alcun preparativo, era stata presa nei confronti d'una persona che lì era stata collocata proprio dal De Magistris; la repentina inversione (dovuta alla gestione d'un concorso sembrata non trasparente) avrebbe anche potuto avere un senso, se il Nostro avesse disposto del potere di produrre l'effetto desiderato: la defenestrazione, appunto. Perché quando si butta fuori qualcuno di malo modo, bisogna poterlo fare, perché non c'è da aspettarsi gesti di cortesia o di collaborazione, almeno di normamì, bensì risentimento e resistenza. Ma probabilmente il sindaco non s'era troppo preoccupato delle formalità giuridiche, tanto d'autoriferimento dev'essere ormai abituato a vivere. E così quel che lui aveva ritenuto di tessere – termine quanto mai inappropriato, perché implica abilità e lenta esecuzione – è stato rapidamente sfilato dal Presidente della Giunta Regionale Stefano Caldoro. E De Magistris ha collezionato nuovamente una magra figura. Certo, lui ha parlato d'un'imboscata tessa ai suoi danni: ma nelle imboscate di regola cadono i deboli o gli sprovveduti. Qualità, entrambe, assai poco appropriate per chi voglia star nella politica, territorio che richiede ben altre doti: la volpe ed il leone, sintetizzava Machiavelli e con lui noi potremmo dire, temperanza, scaltrezza, prontezza, adeguata dose di mascherata violenza, visione ampia delle cose, nessuna concessione al sentimento del momento o alla passione obnubilante. Sopra ogn'altro, imparare a riflettere e farlo ogni volta che sia possibile, perché nell'arena pubblica, innescato un processo, non è come in casa propria dove – non sempre, peraltro – lo si può troncare: le cose prendono il loro corso e non è più possibile fermarle.
Ma il problema ancor più radicale ancora è forse un altro. Chi sta in politica in collocazioni di rilievo, ha bisogno di gran collaborazione da parte di numerose, affidabili persone; deve insomma saper scegliere molto bene i propri collaboratori e più vicini seguaci. Deve con essi saper far squadra, che significa tenere molto intenso il rapporto, in modo d'avere la situazione sempre sotto controllo ed essere avvertito, in anticipo rispetto agli altri, d'ogni questione che possa trasformarsi in criticità. Dunque, saper scegliere e saper tenere legati a sé, non disinteressatamente, ben s'intenda, ma attraverso adeguati meccanismi di coesione che ben conosce chi dispone del potere. Altrimenti, ognuno giocherà per sé e cercherà sponde diverse per la propria azione attuale e soprattutto per il proprio futuro. Perché da questo continuo licenziare in tronco – l'attività in cui De Magistris si distingue per eccellenza – non può venirne nulla di buono per il capo. Sia perché egli dà prova di non sapere selezionare i propri collaboratori; sia ancor più perché egli mostra d'essere pronto a scaricare alla prima occasione su questi ultimi le proprie inadeguatezze e manchevolezze, manifestando un carattere che non produce certo lealtà e coesione in chi è a lui sottoposto. Perché se è vero che il capo deve far sempre suscitare un certo senso di timore nei suoi seguaci, è anche vero che deve farlo con pochi, decisi ed esemplari atti e risultare affidabile ai loro occhi oltre che capace di proteggerli. Quando poi il capo tutto questo non è ed addirittura nemmeno è capace di portare ad effetto i propri atti d'arbitrio, beh si può agevolmente immaginare, secondo comune esperienza, cosa si penserà di lui, delle sue attitudini, della sua adeguatezza a rivestire un posto di siffatta complessità. Ed un po' tutto questo è alla base dell'ormai consunta amministrazione comunale.

 

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