Martedì 14 Agosto 2018 - 19:47

I movimenti populisti e le facili promesse

Opinionista: 

Orazio Abbamonte

È caratteristica parabola dei movimenti populisti di registrare nella loro storia rapide ascese ed altrettanto repentine cadute. La ragione è semplice. Populismo significa puntare consensi estesi attraverso messaggi politici elementari e quindi agevolmente comprensibili dalla massa degli elettori. Sono messaggi che si fanno usbergo di valori elementari e pienamente condivisibili, quali l’onestà, il lavoro per tutti, la ridistribuzione delle ricchezze, anche attraverso la leva fiscale tassando gli odiati ricchi, la sanità efficiente e sicura; talora, e non di rado, l’offerta s’arricchisce di proposte vagamente nazionaliste e di protezione dal nemico esterno, più o meno immaginario. Nella storia, di simili movimenti politici, con le dovute differenze, ve ne sono sempre stati: nel medioevo si chiamavano jacquerie, e s’opponevano al signore feudale, all’esattore delle imposte, al proprietario del mulino; nella Rivoluzione francese, ad interpretare le richieste estreme erano pronti i sanculotti; più di recente abbiamo avuto fenomeni simili nel peronismo e nello chavismo; noi nemmeno ce ne siamo privati, dall’Uomo Qualunque all’Italia dei Valori e dalla stessa Lega Nord, nelle sue fasi iniziali. E sono tutti movimenti che prendono piede, là dove il potere politico- istituzionale non è stato in grado d’offrire accettabili risposte ovvero è andato sempre più corrompendosi ed abusando delle leve di cui dispone: perdendo quella minimale credibilità, in assenza della quale nessun monopolio legale della forza può mantenersi stabilmente a capo d’una comunità. Il potere politico, a differenza di quanto banalmente si crede, non è mera potenza esercitata attraverso le istituzioni dello Stato, ma è prima di ciò energia che si legittima nell’uso ragionato delle risorse pubbliche, che vuol dire in un modo (non giusto, impossibile questo, ma) rispondente a chi nella comunità ha in ogni possibile forma capacità di condizionare e pretendere. Accomuna, dunque, questi movimenti la promessa facile e cattivante, ma facile a dirsi giammai a mantenersi. Quando essi, raggiunto un più o meno ampio potere, devono confrontarsi con la dura realtà delle cose, rapidamente dimostrano incapacità, impreparazione, impossibilità di dar seguito al loro vasto proclamare. Dimostrano, generalmente, di non avere programmi prospettici e praticabili, d’essere stati, in altre parole, dei portatori di fanfaronate. Perché quando poi bisogna riformare, ci si rende conto che è necessario vincere mille resistenze, tanto più forti e numerose quanto più utopistici sono stati i proclami di giustizia sociale. E ci si rende conto che quegli stessi apparati sui quali ogni Stato deve poter contare per realizzare le proprie riforme, sono i primi ad allestire mille strategie di resistenza ed ostruzionismo, in grado di paralizzare ben altre tempre di politici. Sempre che il novero d’interessi, che sempre si pasce intorno al potere, non riesca a blandire, come spesso accade, quegli stessi populisti, portandoli dalla sua parte. Ed anche di ciò gli esempi della storia, recente e passata, sono copiosi. Così, i movimenti populisti hanno assai breve durata: rapidamente deludono. Non solo deludono, ma inferociscono quelle medesime masse che con altrettanta rapidità avevano associato ai propri proclamati ideali, irraggiunti ed irraggiungibili. Così è fatto il popolo (forse, fortunatamente): pronto ad acclamare altrettanto subitaneo nell’abbandonare. Tutto ciò detto, resto egualmente sorpreso che il M5S stia già manifestando ampiamente crepe nel suo consenso, prim’ancora di raggiungere la stanza dei bottoni. È bastata la fase (preparatoria) delle liste elettorali, perché le sue promesse di assoluta democrazia – nella forma delle parlamentarie, sospetto neologismo, dal vaghissimo campo semantico – pericolassero dinanzi alla dura realtà. Non penso sia incomprensibile che chi ha l’esigenza d’approntare liste elettorali per formare una rappresentanza in grado di sostenere l’attività del governo, abbia anche la necessità di scegliere secondo sano criterio; il problema è che la promessa populista voleva che fosse, manco a dirlo, il popolo sovrano a scegliere: ma il popolo sovrano, vuoi per scarse conoscenze vuoi per non elevata capacità nel giudizio tecnico, sbaglia e si lascia spesso abbindolare da imbonitori (antichissimo mestiere) d’ogni specie. Cosicché, le parlamentarie non si son rispettate e questo sta scatenando una valanga di ricorsi per l’intero stivale, alimentati dai soliti, solerti legulei, da sempre difensori della democrazia. A me questo pare soltanto un prologo: se non si riesce a mantenere la promessa della democrazia nemmeno nel formare le liste, come ci si potrebbe miracolosamente riuscire poi, al cospetto dei veri problemi? A cadere – sospetto – non sarà il castello del feudatario assalito dalla jacquerie, bensì, come sempre, l’illusione di giustizia assoluta si frantumerà contro le solidissime mura del castello del potere.

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