Martedì 13 Novembre 2018 - 20:05

I poteri, gli ordini, i pm e la Costituzione

Opinionista: 

Pietro Lignola

Cari amici lettori, molta acqua è passata sotto i ponti dalla prima volta che, in queste mie chiacchierate, provai a convincere il colto e l’inclita, ma in primis i miei ex colleghi, che la magistratura non è un potere ma un ordine. La terminologia tradizionale non è riduttiva, anzi. Il potere “può” svolgere i propri compiti perché ha i mezzi per farlo e ha la facoltà di sceglierli; l’ordine “deve” svolgerli senza uscire dai binari perché ha una missione. Pensate, ad esempio, agli ordini monastici e a quelli cavallereschi. Non ho cambiato e non posso cambiare quest’idea, poiché mi è stata trasmessa da mio padre e dai miei avi e ad essa mi sono ispirato nell’oltre mezzo secolo della mia attività giudiziaria. Il magistrato deve amministrare la giustizia applicando la legge e prescindere da ogni interesse personale, sia materiale sia ideologico. Ricordo con un piacere tutto particolare un episodio certamente marginale della mia carriera, che mi ha legato in una perdurante amicizia con un avvocato all’epoca militante nella sinistra estrema. Io, all’epoca giudice istruttore, accolsi la sua richiesta di scarcerare un giovane extraparlamentare imputato di una rapina aggravata, poiché non vi erano prove della sua colpevolezza. Non mi sembrava di aver fatto nulla di strano, ma il difensore rimase molto impressionato del fatto che io, definito “magistrato fascista” anche da un gruppetto eversivo che mi aveva inserito nell’elenco delle persone da ammazzare, avessi avuto un coraggio che sarebbe mancato a tanti colleghi “di sinistra”. Tutta questa premessa mi conduce, come avrete immaginato, a un discorso sul comportamento che parte della magistratura tiene nei confronti di Salvini e del suo partito. La magistratura non può essere al servizio di un partito politico; ancor meno può prendere il posto di un partito politico al momento inoperante, com’è oggi il Pd. Non può, in altre parole, gestire l’opposizione a un governo. Non può inventarsi i reati per ostacolare l’azione di un ministro. Non può tentare di paralizzare l’azione di un partito di un governo bloccandogli pretestuosamente le risorse finanziarie. Non sto qui a spiegarvi quanto sia assurdo il tentativo del pm girgentino di incriminare Salvini. Lo sapete tutti e avete a disposizione gli scritti di numerosi giuristi che lo hanno spiegato. Posso dirvi, però, quali sono stati finora gli effetti di quel tentativo. Nell’ultimo sondaggio la Lega ha fatto il sorpasso ai Cinquestelle arrivando al 32%; al quotidiano “Libero” fino a lunedì erano (in otto giorni) pervenuti venticinquemila tagliandi di lettori che chiedono “nessuno tocchi Salvini”; il signor Francesco Bongiovanni di Siracusa ha presentato un esposto a varie autorità denunziando la “violazione di un fondamentale principio di separazione e di autonomia dei Poteri Costituzionali dello Stato Italiano” e ad Agrigento sono arrivati gli ispettori ministeriali. Non vi spiego nemmeno perché sia un abuso sequestrare i fondi della Lega, che dovrebbe essere parte offesa dei reati per i quali Umberto Bossi è stato condannato: potete leggerlo da molte parti, con firme autorevoli. C’è stata una sentenza della Cassazione, che ai tempi della mia gioventù godeva, giustamente di grandissima stima; ma non può, purtroppo, godere, dello stesso affidamento dopo l’episodio della sentenza Berlusconi e del presidente Esposito, allorché i principi della giurisprudenza furono cambiati per quel solo caso e tornarono poi uguali a prima. La manovra di alcuni magistrati non potrà, però, fermare la Lega, che è, al momento, il più antico partito italiano; tutti gli altri, infatti, a destra, a sinistra e al centro, hanno cambiato pelle una o più volte negli ultimi vent’anni. La Lega, anche senza l’attacco giudiziario alla sua cassa, deve cambiar pelle anch’essa perché non è più un partito soltanto del Nord e bisogna finirla con la vecchia storia del disprezzo leghista verso il Sud. Manca qualcosa. Salvini ha dimostrato finora di aver coraggio e voglia di combattere i nemici del popolo italiano. Ora qualcuno gli ha mosso guerra e deve combattere anche su questo fronte. L’art. 107 della Costituzione stabilisce, all’ultimo comma, che “Il pubblico ministero gode delle garanzie stabilite nei suoi riguardi dalle norme sull’ordinamento giudiziario”. Non è, come i giudici per l’art. 101, soggetto soltanto alla legge. È tempo, allora, di arrivare non soltanto alla separazione delle carriere ma a un certo controllo sui pubblici ministeri. Spetta al legislatore, infatti, modificare le norme sull’ordinamento giudiziario in maniera tale da frenare qualsiasi delirio di onnipotenza degli inquirenti. Come giustamente dicevano gli antichi, “si vis pacem, para bellum”. La pace sarebbe un ordine giudiziario fedele ai suoi compiti istituzionali in modo da amministrare la giustizia non solo nel nome, ma anche nell’interesse del popolo italiano. Un risultato che non si potrà mai ottenere senza una dura lotta. 

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