Giovedì 21 Febbraio 2019 - 20:03

Il calcio è un’industria, non può essere un film

Opinionista: 

Giovanni Lepre*

La vicenda della cessione certa, probabile, rinviata, di Marek Hamsik al Dalian Yifang, ricorda quei film moderni che propongono diversi finali. Lasciando allo spettatore la scelta su quale preferire. La decisione di Aurelio de Laurentiis di pubblicizzare sul sito del Calcio Napoli la volontà di soprassedere al trasferimento “poiché le modalità di pagamento della cifra pattuita non collimano con gli accordi precedentemente raggiunti”, è pienamente condivisibile. Dimostra la forza di una società che non esita a mettere a rischio un’operazione da venti milioni, avendo verificato difformità sostanziali nel comportamento dell’interlocutore. Dove De Laurentiis pecca, se mai, è nella comunicazione. È parsa una nota francamente stonata la sottolineatura dell’incoerenza di una tifoseria azzurra presente a ranghi sparsi sugli spalti del San Paolo, ma sempre pronta a reclamare acquisti da scudetto. È vero, il calcio è diventato un’industria, ma purtroppo sta trasformandosi anche in qualcosa di mezzo tra un film e una sceneggiata. E De Laurentiis, che di produzioni cinematografiche se ne intende, dovrebbe riconoscerlo e forse fare qualcosa in più per denunciare certi andazzi. È anche così che si riporta la gente allo stadio. Se una volta per chiudere una trattativa bastava una stretta di mano, in epoca di calcio globale bisogna avere i Chiavelli in mano per blindare gli accordi con lucchetti adeguati. Al giorno d’oggi, al tifoso non si concede neppure di sapere se un giocatore bandiera sta per giocare la sua ultima partita con la squadra del cuore. Non sai a quale spettacolo stai assistendo. Non ti viene spiegato perché un team di bassa classifica ricompra a 18 milioni un giocatore da una grande squadra alla quale quattro anni prima l’aveva venduto a 5 milioni mezzo. Devi continuare a credere in un gioco trasparente, cercando di scordarti autogol di giocatori poi condannati dopo l’inchiesta sul calcio scommesse, così come telefonate di dirigenti che chiedono un sapiente dosaggio dei cartellini gialli per far scattare squalifiche in concomitanza con gli incontri della propria squadra. Caro De Laurentiis, tra crisi economica, impianti tutt’altro che confortevoli, mercificazione dello sport e mancanza di trasparenza, ve ne sono di ragioni per spiegare i vuoti sulle gradinate! C’è bisogno di nuovi modelli di business sostenibili, questo comincia a fare acqua da tutte le parti. Forse personaggi lungimiranti e coraggiosi come lei possono ancora salvare il calcio.

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