Lunedì 10 Dicembre 2018 - 12:47

Il caos di Napoli e i giorni di Giggino

Opinionista: 

Pietro Lignola

Cari amici lettori, oggi non ci occuperemo di vicende lontane, come i timori di terza guerra mondiale per il blocco del Mar d’Azov, della carovana che preme dalla frontiera messicana o della guerra dello spread e nemmeno dei fatti di casa Di Maio (Pomigliano, in fondo, è un luogo remoto quasi come Rignano, lo stretto di Kerch e Tijuana), che si è messa in concorrenza con casa Renzi. Parliamo di casa nostra e del nostro amatissimo sindaco Giggino ‘e ‘ncòpp’o Vòmmero, che non ha ancora deciso se, dopo aver riportato Napoli ai fasti di terza capitale del mondo, intende traslocare alla presidenza regionale, alla premiership nazionale o al segretariato generale delle Nazioni Unite (ruolo, quest’ultimo, che mi sembra particolarmente adatto perché ha l’unica funzione di produrre chiàcchiare abbacante). Il problema è che le notizie locali sono troppe e non è agevole stabilire da quale sia meglio incominciare. Io credo che il primo posto spetti a via Marina, la principale via di accesso al centro cittadino, quella che negli antichi Palazzi era il segnale di benvenuto agli ospiti, il biglietto di presentazione della dinastia (il vialone della Reggia di Caserta o Via Nuova Capodimonte, tanto per fermarci ai fasti dell’era borbonica). Bene, anzi malissimo, poiché marzo 2019 è il termine ultimo per non perdere il finanziamento europeo e invece, da come vanno le cose, l’opera sarà completata “quanno chiòveno passe e ficusécche”. Leggevo, ieri, che nel cantiere resta un solo guardiano (non pagato) della vecchia ditta e che non si hanno notizie di una ditta nuova. Anche il quartiere di Giggino rischia di diventare off limits. Le funicolari, infatti, erano rimaste l’ultimo barlume di comunicazione fra il centro e la collina, dopo la scomparsa dei veicoli a trazione elettrica e la rarefazione di quelli inquinanti, la riduzione del tessuto viario a relitto archeologico e l’impossibilità di parcheggiare veicoli. Certo, si potrebbero percorrere i gradoni del Petraio o quelle di Santa Maria Apparente, ma l’ascesa appare ostica per la popolazione chiaiese, la cui età media ormai si avvicina abbastanza alla mia. Purtroppo, tutti sanno come sulle funicolari, dopo le opere di manutenzione dell’era gigginese, non si possa far nessun affidamento. Ora ci sono anche le sospensioni per mancanza di personale, dopo le malattie provocate dalla pretesa di ripristinare il servizio per i nottambuli adulti (ad esempio quelli che vorrebbero assistere a uno spettacolo al Diana e poi tornare a valle). I’ vulésse capì na cosa: ma cómm’è ca ‘o Comune ‘e Napule era n’azienda ca nappòco déva a mmangià chiù dipendenti d’a Fiat e mo nun ce sta nisciuno pe levà a munnezza, pe curà ‘e ciardine, p’arricettà ‘e mmachine in seconda fila, pe spilà ‘e saittèlle, pe’ purtà ll’autobus e mo manco pe ffà cammenà ‘e ffuniculare? Levatemi la curiosità: ma se il Comune non fa nulla e non ha neanche dipendenti, perché c… continuammo a pavà nu cuófano d’euri ‘e tasse? Ci sarebbero tante cose da dire, ma il tempo e lo spazio mancano e allora concludiamo con il pallone, che sembra l’ultimo rifugio delle passioni napoletane. Certo il pareggio casalingo con il Chievo non ha esaltato la tifoseria azzurra, per cui non possiamo considerarlo una notizia consolante. Poi ci sono i rapporti sempre tesi fra de e De, probabilmente in peggioramento se il patron si è accostato a quel Salvini che il sindaco di strada non vorrebbe in città. Non mi affligge oltremisura il fatto che i magistrati di Castel Capuano (pardon, del Centro Direzionale) non siano riusciti a formare la squadra di calcio per l’annata 2018-2019; anzi, questo potrebbe forse giovare a un piccolo aumento di velocità per la soluzione dei casi giudiziari. Il caso, però, c’è e riguarda la guerra ideologica scoppiata nel calcio dilettantistico. Sì, parlo proprio dalle mazzate fra giocatori e tifosi che hanno impedito la conclusione dell’incontro fra il Montecalvario e il Lokomotiv Flegrea. Personalmente tiferei per la prima, sia perché abito ai confini tra Chiaia, San Ferdinando e Montecalvario, sia perché non mi piacciono i nomi stranieri in genere e quelli che ricordano l’Unione Sovietica in particolare. Sta di fatto che, a detta della stampa, il conflitto sarebbe politico, essendo fascisti quelli dei Quartieri e comunisti i flegrei. Saremmo di nuovo, insomma, a “fascisti e comunisti che giocavano a scopone”, anzi, per aggiornarsi, a pallone. Ora, però, leggo il post di un’autorevole opinionista su Facebook e apprendo che la Lokomotiv è “espressione dei Centri SocialiI di Bagnoli sostenuti dal sindaco che gli ha regalato Villa Medusa e gliela sta ristrutturando con 2 milioni di euro NOSTRI”; si ricorda anche come “Questo episodio si aggiunge a quello di qualche mese fa, quando l’Afronapoli United, squadra espressione del centro sociale Insurgencia e della holding Gesco, ha cacciato in modo razzista e gratuito l'intera squadra femminile, dimostrando la propria natura intollerante e politicamente corrotta”. Visiono, infine, un filmato in cui appaiono tifosi ubriachi che assalgono gli spogliatoi della squadra di Montecalvario. Che brutta fine sta facendo lo sport! Ma il peggio, da un po’ di tempo, è fornito dai protetti di Giggino ‘a ‘ncopp’o Vòmmero. Io sono, da sempre, un ammiratore dell’Evo Medio, ingiustamente considerato un’età oscura. Sono convinto, però, che i posteri, se ci sarà un futuro, ricorderanno i “giorni di Giggino” come i tempi di un’insuperata e insuperabile barbarie.

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