Giovedì 22 Febbraio 2018 - 2:04

Il manifesto elettorale e la sua triste agonia

Opinionista: 

Giuseppe Scalera

C’era una volta il manifesto elettorale, il candidato che si proponeva al suo elettorato con la sua faccia, con uno slogan più o meno creativo, con i numeri della propria segreteria, la propria email, per stabilire un qualsiasi tipo di contatto. E poi, gli incontri, le manifestazioni, i leader locali e nazionali a supporto, la stampa fluviale di volantini e “ santini “ elettorali. Una campagna classica, giocata provando a farsi conoscere, a portare la propria presenza sui territori, comunque e dovunque. Esisteva, addirittura, una specifica tecnica per sistemare i manifesti, fatta di appostamenti, di orari, di robuste squadre di attacchinaggio. Adesso, invece, si assiste progressivamente ad una desertificazione della propaganda. Tutto sembra perimetrato all’interno di aspetti puramente mediatici. Sono solo i leaders a spendersi sulle tv nazionali, a comparire sui grandi manifesti 3 metri per 6, ad offrire ponderose interviste ai quotidiani nazionali e locali per parlare dell’ originalità assoluta, delle innovazioni straordinarie presenti nel proprio programma. Il candidato locale affiora a stento, dietro al simbolo, e preferisce, talvolta, il profilo basso, una marcia a scartamento ridotto, provando ad assicurarsi soprattutto il vento nazionale che soffia alle sue spalle. Se l’atteggiamento appariva logico nelle scorse tornate elettorali, fatte di lunghi listini che vedevano la primazia del simbolo politico, oggi il Rosatellum pone al centro la figura del candidato, la sua storia, la sua credibilità, il suo consenso personale e rimette oggettivamente in gioco le strategie del passato. Certo, ci sono ancora quasi quattro settimane prima del voto, dobbiamo ancora entrare nel vivo della partita ma il clima di lassismo che si registra in giro merita qualcosa in più di una semplice riflessione. Vediamo insieme. In molte aree del Paese e, soprattutto, nelle grandi città, con la scomparsa delle sezioni, dei militanti, delle ideologie è venuto meno quel naturale habitat dove si costruivano le campagne elettorali. Scomparsi i grandi e i piccoli partiti della Prima Repubblica, ridotto al minimo il finanziamento pubblico, i modelli sono cambiati radicalmente, orientando la propaganda quasi esclusivamente sui media e, soprattutto, sui social network. Non più lunghi discorsi ma slogan, di facile comprensibilità, da offrire con poche, studiate parole. E leader trasformati in globe trotter, pronti a girare la Penisola per declamare il proprio credo, le proprie idee. Quasi un pensiero unico. Ecco, quindi, che una comparsata televisiva del proprio leader può valere più di diecimila manifesti ( che indiscutibilmente costano ), ecco che una puntuale presenza su Facebook conta più di dieci cene elettorali e, considerando i tempi di vacche magre, per molti vale sostanzialmente la pena seguire questo percorso più che aprire comitati elettorali. E’ un tema delicato e controverso che meriterebbe oggettivamente più spazio. Per ora, limitiamoci ad una riflessione finale. Questo sistema è, palesemente, il frutto acerbo di nuove regole che portano spesso a conoscere solo distrattamente i propri rappresentanti, talvolta nascosti dietro lo scudo colorato di un simbolo che ricorda ancora le antiche sfide medievali.

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